«SNOWFLAKE MIDNIGHT - Mercury Rev» la recensione di Rockol

Mercury Rev - SNOWFLAKE MIDNIGHT - la recensione

Recensione del 03 ott 2008 a cura di Ercole Gentile

La recensione

I Mercury Rev in Italia non sono mai riusciti a superare la definizione di “gruppo di nicchia”. Nel 2001 ci andarono vicini con il singolo “Dark is rising”, tratto dall’album “All is dream”, ma poi vennero risucchiati nel sottobosco. Forse il loro dream-pop è poco pop per i gusti dell’ascoltatore medio italiano? Possibile, anzi quasi certo. In realtà anche negli Usa, la loro patria, il gruppo di Jonathan Donahue non riesce a raggiungere le vette toccate invece nel mercato britannico. E allora ecco che sorge il dubbio che la formazione di Buffalo abbia poca dimestichezza con le strategie del mercato discografico, che non sia stata in grado di dare la zampata decisiva dopo il botto del 2001.
Può anche darsi che ai Mercury Rev vada benissimo così e che queste siano solo fisime da giornalista musicale. Però ecco poi spuntare il nuovo album “Snowflake midnight” e scoprire che subito dopo l’uscita fisica di questo disco la band regalerà ai fan iscritti alla mailing list del loro sito ufficiale (www.mercuryrev.com) un intero album di inediti chiamato “Strange attractor”. Allora è poi così vero che non siano in grado di stare al passo con i tempi del mercato? Bah…meglio chiudere momentaneamente la questione nel cassetto e passare al “fiocco di neve a mezzanotte”.
Il nuovo disco è stato registrato come sempre con l’ausilio di Dave Fridmann (già bassista del gruppo e produttore nell’intera discografia dei Mercury Rev, oltre che di Low, Clap your hands say yeah, Mogwai, MGMT e molti altri): il sound dei Rev rimane come al solito aperto, etereo, sognante, psichedelico, ma in questo caso è evidente un avvicinamento al synth-pop. Lo si nota ad esempio nella trascurabile “Butterfly’s wing” (troppo incentrata su un electro-pop anni Ottanta) ed in modo leggero nel singolo “Senses on fire”, forse un’ ottima prova del nuovo sound della band: inizio soffice, quasi ambient, con la base elettronica pronta ad esplodere in un crescendo poppeggiante, ma non troppo.
Le note veramente positive arrivano da “Snowflake in a hot world”, con la leggera voce di Donahue stesa su un deciso tappeto electro-pop; dalla lisergica “People are so unpredictable” con un frullato a base di voci sovrapposte, elettronica, chitarre e piano; da “Dream of a young girl as a flower”, tipica suite alla Mercury Rev (oltre 7 minuti) per un lungo ed appassionante bacio tra Pink Floyd e Lali Puna. Ed infine la sognante “Faraway from cars”, un piccolo manifesto di astrattezza e visione onirica, con un testo che aiuta nell’impresa (“There’s a little part of you, faraway from cars, faraway from cash…faraway from here”).
In fondo è proprio questa piccola parte, troppo spesso trascurata, quella che i Mercury Rev sanno ancora far giocare e alimentare, quella sfera dedicata ai sogni, alla magia, al viaggio interiore.
Insomma la loro specialità è il dream, il pop lo si può lasciar fare volentieri a qualcun altro…

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