«OH DEAR! - Settlefish» la recensione di Rockol

Settlefish - OH DEAR! - la recensione

Recensione del 18 gen 2008 a cura di Ercole Gentile

La recensione

A volte succede che un amico ti parli di un gruppo che lui adora ed il suo racconto ti incuriosisca parecchio. Poi capita che quasi nello stesso periodo quel gruppo registri un nuovo album, regalando così un’ottima occasione per andare a scoprire di cosa si tratta. Quindi, dopo aver recuperato (ed ascoltato) i due precedenti lavori, ecco “Oh dear!”, il terzo disco dei Settlefish, formazione indie-rock (quello vecchio stampo) bolognese capitanata dal cantante canadese Jonathan Clancy. Dopo due lavori co-prodotti dalla storica etichetta americana Deep Elm e numerosi tour negli Usa e Regno Unito, il gruppo torna a pieno titolo a “casa”, decidendo di incidere il disco nello studio di loro proprietà nel capoluogo emiliano, con l’ausilio di un esperto del settore indiependente come Fabio Magistrali e sotto l’egida dell’etichetta concittadina Unhip. Solo il mixaggio viene affidato alle sapienti mani del texano John Congleton, già al fianco di formazioni come Paper Chase, Explosions In The Sky, Polyphonic Spree e 90 Day Men.
Le informazioni fornite dall’etichetta parlano di un lavoro maggiormente pop rispetto ai precedenti ed in parte è vero. Ma non si fraintenda, perché in questo caso pop non fa rima con “disco che cattura al primo ascolto”. Anzi. “Oh dear!” è sicuramente meno ruvido ed aggressivo rispetto a “The plural of the choir”, ma non mette a segno subito il suo colpo: ti agguanta quel tanto che basta a non metterlo da parte, entra dentro un poco alla volta e solo allora affonda l’attacco decisivo. Il sound dei bolognesi è un composto di indie-rock di matrice statunitense (Modest Mouse, Built to Spill, Fugazi), perfetta pronuncia (ovviamente) della lingua inglese e la freschezza di un pop mai banale.
E’ quindi solo dopo ripetuti giri nel lettore che si viene conquistati da buona parte dei suoi quindici capitoli (di cui quattro intermezzi): il crescendo chiaro/scuro di “Head full of dreams” e “Balloons”, la saltellante melodia di “Summer drops”, la potenza rock di “I go quixotic!”, la spensieratezza di “The boy and the light”, la drammaticità di “Lonely boy”, la velocità indie-rock di “This city”, la freschezza malinconica di “Slowly moved on” e la fugaziana “Wishing tunnels”.
Insomma “Oh dear!” rappresenta sicuramente un’ottima evoluzione per i Settlefish, la dimostrazione che è possibile rendere il proprio sound un minimo più accessibile senza snaturarsi, senza cadere nella banalità. Clancy e soci sono partiti dalla gavetta nei centri sociali quasi dieci anni or sono e forse sono una delle poche band in questo paese che conoscono la vera origine del termine “indie”.

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