«REVIVAL - John Fogerty» la recensione di Rockol

John Fogerty - REVIVAL - la recensione

Recensione del 21 nov 2007

La recensione

Urca Marcello, da dove hai scaricato questi inediti dei Creedence ? Sono veramente molto belli, certo che ne è passato di tempo prima che li pubblicassero.
No, non sono inediti dei Creedence Clearwater Revival ritrovati in qualche nastro abbandonato chissà dove e rispuntati misteriosamente nelle vicinanze del Santo Natale 2007 per confortare incanutiti fans che hanno amato la band californiana. No, non sono inediti quelli passati da Marcello, molto più semplicemente è l’ultima fatica solista di John Fogerty.
“Revival” – il titolo la dice lunga - è l’album, che più ricorda l’epica della band, anche se ora i compagni di studio sono Kenny Aronoff alla batteria (vecchio pard di John Mellencamp), Benmont Tench (uno degli Heartbreakers di Tom Petty) alle tastiere, Hunter Perrin alla chitarra e David Santos al basso.
Il via a questo nuovo viaggio musicale è dato da “Don’t you wish it was true”, una ballata quasi country di una semplicità esemplare e il banale sogno di un mondo costruito sulla concordia (…happiness would never end…there’ll be no more armies no more hate…everybody under the sun was happy just living as one…) diventa credibile se è l’inconfondibile voce di John Fogerty ad auspicarlo. Dal sogno utopico della pace in terra agli uomini di buona volontà si viene richiamati bruscamente alla realtà con l’ascolto di “Gunslinger”, canzone nella quale si invoca ordine e disciplina per una emblematica città che tanto profuma di vecchio west così come di nuovo che avanza poichè la richiesta di sicurezza e la panacea dell’uomo forte, con tutte le storture che comporta, è di ogni epoca. “Creedence song” condita dai sapori del rockabilly fornisce un consiglio molto preciso “…you can’t go wrong/if you play a little bit of that Creedence song…” e tende la mano a un passato con il quale mister Fogerty non ha avuto sempre facilità di relazione. La seguente “Broken down cowboy”, una riflessione sui casi e le difficoltà della vita, è un gradevolissimo rock che cementa la prima parte del cd con il suo prosieguo. Una storia di rinascita, purificazione e redenzione quella narrata in “River is waiting”, un gospel dai toni dimessi che potrebbe benissimo appartenere al repertorio del "fratello minore" Bruce. “Long dark night”, dichiaratamente politica, non si perde in metafore inutili e chiama le cose con il proprio nome – George -, il cantato è aspro come il limone e la band unitissima nell’assecondare le invettive. “Summer of love” - quell’estate dell’amore, e quale altrimenti ? – è una canzone che echeggia il repertorio dei Cream, con la chitarra (do you remember, Clapton is God?) in evidenza per il piacere dei padiglioni auricolari. In “Natural thing” sono i tasti di Benmont Tench a dare tono e calore alle parole, mentre i tardi fifties vengono richiamati alla memoria dal secco rock’n’roll di “It ain’t right”.
“I can’t take it no more” è un altro atto di accusa contro l’operato del presidente e del congresso, come nella precedente “Long dark night”, la voce si fa acidula per un minuto e trentacinque secondi di pura insoddisfazione punk. Con “Somebody help me” si frequenta un rock che con un poco di coraggio si potrebbe apparentare agli australiani Ac/Dc per il riff sotterraneo e continuo, qui coadiuvato da tastiere sconosciute a Angus e co. La novella di John Fogerty si chiude con “Longshot” e il lettore è pronto per il repeat dalla traccia numero uno.
“Revival” cresce nel gradimento ad ogni successivo ascolto ed è frutto del genio di uno dei musicisti che più hanno dato lustro alla canzone d’autore americana. Il miglior complimento che si può fare a questo lavoro è proprio definirlo un album dei Creedence Clearwater Revival. Che dite, non sarebbe bello se un Paul McCartney in piena forma pubblicasse un album dei Beatles ?


(Paolo Panzeri)
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