«CIVILIANS - Joe Henry» la recensione di Rockol

Joe Henry - CIVILIANS - la recensione

Recensione del 09 ott 2007

La recensione

L’intenzione di Joe Henry, raccontata in un’intervista rilasciata a Rockol, era di fare un disco che suonasse in bianco e nero come le splendide foto di ambientazione newyorkese che ne adornano la copertina (e poco importa che lui ora viva e registri a Los Angeles). C’è riuscito: le sue chitarre e quelle di Bill Frisell, il mandolino e la Weissenborn di Greg Leisz, i pianoforti di Paul Warren e Van Dyke Parks, i bassi di David Piltch e i tamburi di Jay Bellerose hanno il calore analogico, l’essenzialità scheletrica, le luci e ombre che già caratterizzavano certe sue produzioni per artisti come Solomon Burke, Bettye LaVette o Loudon Wainwright III (qui presente in veste di corista). Gli umori free di “Scar” sono messi in cantina, così anche il surrealismo sonoro di “Tiny voices”: con “Civilians” Henry concentra attenzione ed energie sulle canzoni, ma chi si aspettasse un ritorno ai tempi antichi di “Shuffletown” e “Short man’s room” sarebbe pure lui fuori strada. “Civilians” non è un disco folk rock o alt.country, insegue piuttosto un genere diverso, originale e potremmo dire postmoderno di popular music: suona un po’ waitsiano e molto, molto dylaniano, romanzesco e cinematografico, memore com’è della Hollywood anni ’40 e dei beatnik dei ‘50, del sax di Charlie Parker, della mazza da baseball di Willie Mays e dei pennelli di Bob Thompson, di guerre civili e di grandi depressioni, di gente alla fermata dell’autobus con la valigia in mano e di carrozze trascinate da cavalli sbuffanti e scalpitanti.
Qualcuno ha parlato di disco “politico”, e in titoli come “Civil war” e “Our song”, in effetti, aleggiano la nostalgia per un tempo che fu e la crisi psicologica e morale degli Stati Uniti d’America (“questa terra piena di paura e di rabbia”). Però, e con Henry succede sempre, sono sempre macchie confuse e interiorizzate da uno sguardo poetico, discorsi e dialoghi con tanti puntini di sospensione. Alla ricerca minuziosa del “mood” giusto, della sottolineatura e del contrappunto sotto le righe, qui tutti suonano in punta di dita (e Frisell in questo è un maestro: con Cooder, probabilmente il più parsimonioso dei virtuosi della sei corde). E così ti ritrovi a canticchiarle tutte mentre le ascolti, queste dodici canzoni, e subito dopo ti scappano di nuovo via, perché ti resta più in testa l’atmosfera del film che la sua trama (Un pregio? Un difetto? Dipende da quel che cercate). C’è da dire, a suo onore, che anche alle prese con una materia così incline alla cartolina e all’esercizio di stile Henry non fa mai pura accademia: il jazz blues fumoso della title track e di “Time is a lion” (un jazz blues sempre distillato e decantato), gli arpeggi sussurrati di “Parker’s mood” e di “Love is enough”, la melodia struggente e rugginosa di “You can’t fail me now” (già sul recente “Strange weirdos” del succitato Loudon Wainwright), il passo marziale e funereo di “Scare me to death”, l’atmosfera anni ’30 di “I will write my book”, il pianoforte (Parks) e le spazzole di “God only knows” (semplice omonimia con quella dei Beach Boys) sono scelte organiche e funzionali al senso e al ritmo del racconto. Anche quando affronta temi forti e scabrosi, Henry non è tipo da scompigliarsi il ciuffo: lui preferisce la coolness e le emozioni trattenute. Con encomiabile senso della misura, lo spiega lui stesso nelle note di copertina, ha voluto assicurarsi che “nessuna idea diventasse più grande delle canzoni stesse”, tenendo a freno la sua abile mano da produttore e la voglia di strafare. Ti spinge così ad ascoltartelo tutto d’un fiato e senza soluzione di continuità, questo “Civilians”: pratica demodé e affascinante, in epoca di iPod e di caramelle pop da succhiare in tre minuti tre.



(Alfredo Marziano)
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