«A THOUSAND MILES BEHIND - David Gray» la recensione di Rockol

David Gray - A THOUSAND MILES BEHIND - la recensione

Recensione del 07 ott 2007 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Ecco quello che solitamente si definisce un (bel) disco di transizione. David Gray è un cantautore che ha avuto (molta) fortuna qualche anno fa con le canzoni estratte da “White ladder”, mix di cantautorato ed elettronica. I dischi successivi (l'ultimo è “Life in slow motion”, di due anni fa) hanno mantenuto alta la qualità, ma l'attenzione del pubblico è andata un po' scemando. Da queste parti ve ne abbiamo parlato spesso, perché la sua è una delle più belle voci e una delle più belle penne emerse negli ultimi anni, in questo ambito.
Gray recentemente ha annunciato di avere licenziato Craig "Clune" McClune, il suo batterista, responsabile dell'approccio elettronico, già messo in secondo piano nel più orchestrato “Life in slow motion”. In attesa di portare a compimento questa “svolta”, Gray pubblica solo in formato digitale questo “A thousand miles behind” - venduto esclusivamente on-line, sia in formato MP3/FLAC, che in formato “fisico”, su www.davidgray.com. Il disco è una raccolta di cover, registrate live tra il 2001 e il 2007.
Un disco per fan? Sì e no. Oltre ad avere una gran voce, Gray è un grande interprete, uno che sa mettere una passionalità davvero forte nel modo di cantare canzoni sue ed altrui. Chi l'ha visto dal vivo o ha spulciato in rete, ha potuto apprezzare sue versioni di brani di Van Morrison, dei Cure, addirittura dei Killers. Questo album contiene tutte canzoni mai circolate prima, e non è quindi un'opera di “riciclo” di materiale finito su raccolte, singoli eccetera. Il repertorio è molto omogeneo, prevalentemente incentrato sul cantautorato classico: tre brani di Dylan (di cui due da “Blood on the tracks”, chiaramente uno dei punti di riferimento di Gray), due di Springsteen (tra cui “Mansion on the hill” da “Nebraska”) , uno di Johnny Cash (“I tremble for you”, a cui va però aggiunto “The long black veil”, tradizionale diventato un inno del Man In Black), più Tim Buckley, John Martyn, Randy Newman e qualche sorpresa (il Will Oldham di “One with the birds” e il Barry Gibb di “In the morning”).
L'approccio è prevalentemente acustico, piano e voce o chitarra e voce. Solo nei due brani finali, si ritrova il David Gray stile “White ladder”, sopratutto in “Streets of Philadelphia”, che inizia un po' sbilenca per finire in crescendo, su “It stoned me” di Van Morrison. La forza interpretativa di Gray è tale che questo disco è un bel lavoro comunque, nonostante il suono scarno e minimale. fatto per mettere in risalto la sua voce. Certo, di dischi di cover ce ne sono troppi negli ultimi tempi. Ma questo vale comunque la pena, se vi piacciono i cantautori: David Gray in questo campo rimane davvero uno dei migliori degli ultimi tempi.

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