«AMERICAN DOLL POSSE - Tori Amos» la recensione di Rockol

Tori Amos - AMERICAN DOLL POSSE - la recensione

Recensione del 19 giu 2007 a cura di Luca Bernini

La recensione

Quanti anni sono passati da quella sera milanese del 1991 in cui, in un locale spoglio in zona Velasca e con pochi giornalisti ad ascoltare, una giovane, sensuale e aggressiva Tori Amos presentò un EP di quattro pezzi (“Me and a gun”, “Crucify”, “Silent all these years” e non ricordo più l’altra) che anticipavano l’uscita del suo album d’esordio “Little earthquakes”. Aveva scarpe rosse con la zeppa e stava seduta di sghembo sul seggiolino, mentre sembrava scopare con il piano su ogni canzone. Miagolava, graffiava, catturava l’attenzione e spaesava l’ascoltatore con quella che allora sembrava una sin troppo evedente somiglianza e omaggio a Kate Bush. Quella sera Myra Ellen Amos, figlia di un pastore protestante citato a dismisura nelle sue prime canzoni, diede l’anima per una sporca dozzina di giornalisti che uscirono di lì decisi a portarsela nel cuore per sempre, perché una volta per sempre ne intravidero il talento.

Talento che si confermò nel disco di debutto, quel “Little Earthquakes” che li mise in luce – lei e il suo piano – di fronte al mondo, un lavoro torrenziale ma ad alta densità di scrittura e talento, che apparecchiò la strada per l’ottimo secondo album, “Under the pink”. Dal terzo album in poi le cose però iniziarono a cambiare e la torrenzialità si trasformò gradualmente in ampollosità e ridondanza. Dal terzo album “Boys for Pele”, di fatto, il problema di Tori Amos diventa la quantità, che sembra sempre sovrastarla e rendere i suoi dischi immensamente lunghi, verbosi, infiniti, seppure illuminati a sprazzi da aperture melodiche e da costruzioni armoniche di impossibile eppure sì, possibile, leggerezza. Successe con il quarto album “From the choirgirl hotel”, poi con il mezzo passo falso di “To Venus and back”, per metà un brutto album di studio e per metà (era doppio) un brutto album dal vivo, successe nuovamente – e con risultati ancora peggiori – con il pessimo album di cover “Strange little girls”. Il tutto mentre il suo seguito live continuava a crescere noncurante, tramutandola in un personaggio di culto, le cui registrazioni live vengono scambiate ogni giorno da migliaia di fans su siti come e-mule. Poi con il cambio di casa discografica iniziò una sorta di graduale risalita, imperniata dapprima su un album modesto e interlocutorio – ma più solido dei precedenti – come “Scarlet’s walk”, e ancora di più con il successivo “The beekeeper”, che sintetizzava al meglio la crescita personale e umana di Tori. Era questo un disco “leggero”, fortemente melodico, semplice, che rimetteva in luce alcune tra le principali doti della sua autrice: la verve interpretativa, le armonie ariose e le atmosfere e gli umori femminili che ne permeavano l’essenza.

E’ dopo questa lunga e a tratti tortuosa strada che arriva adesso l’ultimo album “American doll posse”, sottotitolo immaginario “essere donne oggi”, un concept album sulla femminilità al giorno d’oggi e le sue tante sfaccettature, illustrate con l’ausilio di cinque personaggi/personalità diversi/e (Pip, Clyde, Isabel, Santa e Tori), che attingono la nota distintiva del proprio carattere dagli archetipi della mitologia greca e che confluiscono – o meglio sarebbe dire “convivono”- naturalmente in una sola, quella del loro demiurgo, Tori. Un album torrenziale come i suoi predecessori, ma energico, molto più “rock” ed estroverso di questi. Perché nel suo album dedicato alle donne Tori è, per ironia della sorte, meno “lunare” del solito. Dionisiaca quanto basta per sorprendere, racconta i mille mondi che compongono il suo, e se la prende con gli uomini patriarcali e “aggressori”.
Come sempre, basta l’intro dell’iniziale “Yo George” – un attacco al vetriolo al Presidente degli Stati Uniti d’America – per ritrovarsi di fronte la sua voce, il suo piano e rientrare in un attimo nell’intimità di quella ragazza che tanti anni fa venne a presentarsi all’Italia e seppe ammaliare, e appassionare. Tori Amos è ancora così, oggi come allora. Fa sognare quando lascia filtrare dal solito caleidoscopio di umori, emotività, ironia e considerazioni sottili e acute, perle assolute come “Bouncing off clouds”, “Digital ghost”, “Girl disappearing”, “Almost rosey”, tanto per citare quelle che rimangono in mente sin dai primi ascolti, nascoste come sempre nel grande mare della quantità - 23 tracce per un album che supera abbondantemente i 75 minuti -, incanta quando arpeggia al piano e si perde – e ci perde – in melodie sinuose e inimitabili, quando condensa nei suoi testi quello che potrebbe essere un trattato sociologico sulla condizione femminile e invece, tra le sue mani, è soltanto poesia. Ancora oggi, quello straordinario talento che aveva acceso i cuori è lì, tra le pieghe delle canzoni. Ed è in nome di quello che a Tori Amos si continua a perdonare di non essere perfetta. Forse perché per un attimo lo era sembrata.

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