«OI VA VOI - Oi Va Voi» la recensione di Rockol

Oi Va Voi - OI VA VOI - la recensione

Recensione del 30 apr 2007

La recensione

Per gli Oi Va Voi, londinesi di origine ebrea ed esempio vivace del melting pot che anima la capitale inglese, questo è un disco importante: è il loro secondo album vero e proprio, ma intanto hanno perso per strada KT Tunstall (quella di “Black horse and the cherry tree”, che peraltro era sempre stata un’ “ospite”) e poi l’energica violinista e frontwoman Sophie Solomon, si sono dovuti fermare finché uno di loro non è riuscito a sconfiggere una brutta malattia, hanno litigato con la casa discografica e cambiato scuderia. Rimessi a posto i tasselli di quel puzzle scombinato hanno aggiustato un po’ il tiro, riducendo lievemente il dosaggio etnico/folklorico della loro musica e aumentandone appena la gradazione pop. Più ambient che klezmer, questo è sicuro, quasi più vicini a Dido o ai Morcheeba che ai loro modelli iniziali, Massive Attack e Nitin Sawhney, per non dire di Márta Sebestyén e dei Muzsikás.
Il quintetto base è rimasto immutato, con Lemez Lovas e la sua bella tromba a dare il la, però le assenze di Tunstall e Solomon pesano eccome: i due rimpiazzi, la nuova cantante Alice McLaughlin dalla voce ipnotica e cristallina e Haylie Ecker, violinista australiana già nel progetto glamour classic delle Bond (arrivata in tempo per il tour ma non per il disco) non sembrano, per ora, valere altrettanto. Tanto vale rimescolare un po’ le carte in tavola, avranno pensato i superstiti seguendo i consigli di un produttore come Mike Spencer, versato nel pop (Kylie Minogue, Jamiroquai) ma anche nelle “musiche del mondo”. Il jolly se lo giocano subito con “Yuri”, “kitsch space music” ispirata al mitico astronauta russo Gagarin prima celebrato e poi osteggiato dal Cremlino, dove centrifugano in quattro minuti e mezzo i Kraftwerk, Bregovic, ska, chitarrine surf ed elettronica cheap stile anni Ottanta. E’ stramba e divertente, aggiunge un pizzico di salutare humour al disco e potrebbe catturare anche qualche orecchio distratto. Non mancano, anche stavolta, i contributi esterni: Lemez e gli altri se ne sono andati a Tel Aviv in cerca delle loro radici, registrando in loco la sezione d’archi di “Black sheep”, mentre per i vocalizzi quasi operistici e arabeggianti di “Dissident” si sono rivolti a una voce ungherese tradizionale, quella di Agi Szaloki. Ma è facile riconoscere nei nuovi Oi Va Voi quelli di prima, la piccola babele di lingue e di suoni che stava alla base di “Laughter through tears”, quattro anni fa, le loro storie sempre attuali di immigrazione ed emarginazione, il cocktail di melodie esotiche e pop song, trombe e clarini balcanici sovrapposti all’elettronica morbida e ai ritmi discreti da club afterhours. Con la forma canzone si trovano a loro agio: “Further deeper” è leggerina ma sinuosa come una danza del ventre, “Look down” e “Dry your eyes” liquide e concentriche come pezzi di William Orbit. Sempre gradevoli, garbati e intelligenti, gli Oi Va Voi. Ma anche indecisi da che parte stare, tra l’intrattenimento puro e accomodante e la ricerca un po’ più avventurosa, cosicché le loro saporite ricette etniche promettono sulla carta sempre qualcosa in più di quel che poi scodellano nel piatto (nonostante la durata piuttosto breve del disco, una quarantina di minuti, c’è anche qualche riempitivo). Se solo osassero un qualcosa in più…


(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Yuri
05. Balkanik
07. Nosim
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