«TECHNICOLOR DREAMS - A Toys Orchestra» la recensione di Rockol

A Toys Orchestra - TECHNICOLOR DREAMS - la recensione

Recensione del 03 mag 2007 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Chi non frequenta da vicino il mondo dell’indie-rock italiano forse non avrà mai sentito parlare degli A Toys Orchestra. Ecco così un breve riassunto delle puntate precedenti: la band viene dalla provincia di Salerno, è capitanata da Enzo Moretto, canta in inglese, ha dato alle stampe un album praticamente sconosciuto nel 2001 (“Job”) ed uno più noto (“Cuckoo boohoo”) nel 2004 per l’etichetta Urtovox. Quel lavoro fece intravedere alcuni spunti interessanti, ma si presentava forse troppo denso di citazioni indie-rock unilaterali (Blonde Redhead) e di cantilene talvolta insopportabili.
Sono trascorsi tre anni da quel disco e l’ “orchestra di giocattoli” oggi rispunta come se fosse tornata da un lungo viaggio. Ha assorbito nuove influenze, ha rivalutato il proprio passato ed ha fatto un incontro che le ha cambiato la vita. Quest’ultimo porta il nome di Dustin O’Halloran degli americani Devics, un musicista di grande spessore che frequenta da tempo l’Italia ed ha deciso di produrre artisticamente il nuovo lavoro della formazione campana.
“Technicolor dreams” è un disco pieno. Di citazioni, di influenze, di diverse atmosfere, di argomenti, di oscurità, di luce. Questi “sogni al technicolor” spesso invadono lentamente, non folgorano al primo ascolto. Come “Invisible” con la sua atmosfera rock malinconica e sofferta che parla di un amore finito; “Letter to myself”, una splendida ballata al pianoforte e chitarra sul tema della morte (forse il brano migliore del disco); “Santa Barbara” che ricorda leggermente le sonorità datate anni ’20 già rispolverate dai Dresden Dolls o ancora la conclusiva “Panic attack #3” con un soffice pianoforte iniziale ed una dolce melodia cantata da Ilaria D’Angelis (piano,voce,synth,chitarra,basso) che esplode con chitarre in stile post-rock.
Allo stesso tempo, per sdrammatizzare un po’, ecco episodi più pop ed orecchiabili che rendono l’ascolto del disco più leggero. Si prendano ad esempio “Cornice dance” con il suo cambio di tempo e di umore davvero efficace (dai cori pop alla Beatles, si passa ad un aggressivo post-rock), “Ease off the bit”, indie-pop elettronico e spensierato che ricorda il portoghese Gomo, così come “Amnesy international” (con una critica alla religione), “Technicolor dream” e l’acustica “Be 4 I walk away” che richiama in modo impressionante i texani Kings of Leon.
Insomma “Technicolor dreams” è un disco veramente denso. La sua eterogeneità non diventa mai dispersiva ed anzi rende l’album variopinto ed interessante, amalgamando in modo sapiente la malinconia e la leggerezza delle melodie e dimostrando quanto gli A Toys Orchestra siano cresciuti in questi anni. E, se lo vorranno, quante potenzialità hanno per migliorare ancora.

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