«CUORE A NUDO - Mauro Ermanno Giovanardi» la recensione di Rockol

Mauro Ermanno Giovanardi - CUORE A NUDO - la recensione

Recensione del 26 apr 2007 a cura di Daniela Calvi

La recensione

La mano che scivola sulla giacca di velluto di tuo padre quando ti teneva in braccio da bambina: questa è solo una delle sensazioni ed immagini che evoca “Cuore a nudo” di Mauro Ermanno Giovanardi, un album in cui l’artista canta canzoni sue, recita poesie e interpreta brani di cantautori italiani come Fabrizio De André, Luigi Tenco e Ivan Della Mea. L’album prende il via lentamente, in punta di piedi, con il sonetto “Come un attore” di William Shakespeare, per poi proseguire con una doppietta di Luigi Tenco. Del cantautore ligure, Giovanardi propone “Vedrai vedrai” in una versione pianoforte-voce, e “Un giorno dopo l’altro”, registrata dal vivo, dove oltre al pianoforte introduce una tromba solitaria e la presenza del pubblico. Che si sente, eccome se si sente, la presenza. Perché Mauro Giovanardi (il “Gio’ dei La Crus” qui dentro c’entra ben poco) ha registrato questo suo debutto discografico da solista all’interno di un teatro immerso nei boschi (Teatro Dimora – L’Arboreto di Mondaino, Rimini), e ha lasciato entrare il pubblico in sala, una piccola sala, solo l’ultimo giorno delle registrazioni, riportando poi sul disco le versioni live di “Un giorno dopo l’atro” di Luigi Tenco, “La giostra”, uno dei brani scritti da Mauro presenti nel disco, e “El mé gàtt” di Ivan Della Mea. L’ha fatto di proposito, per dare un senso di intimità e di raccoglimento, e ci è riuscito. Dopo Tenco si riprende il viaggio con una poesia di Mariangela Gualtieri recitata da Giovanardi e la cover di “Naviganti” di Ivano Fossati, ma il primo sussulto dopo un inizio di viaggio un po’ intorpidito lo si ha con “Un cuore a nudo” scritta da Mauro. La musica si arricchisce con un contrabbasso, e cresce sempre di più in questo brano inedito che spezza la malinconia delle prime canzoni. Si passa attraverso un altro scritto, questa volta di Marco Lodoli, per poi passare a “Giugno ‘73” di Fabrizio De André: Giovanardi la rivisita in maniera delicata, con un arrangiamento scarno ma intenso, che accompagna l’ascoltatore al brano seguente, il secondo di Mauro, molto suggestivo e folkloristico, “La giostra”.
“Hai pensato mai” di Lino Toffolo riporta ancora un po’ alla tristezza, con il rischio di rendere l’album lento e soffocante, ma Giovanardi probabilmente sapeva come sarebbe andata, e ha pensato bene di inserire tra le ultime cinque canzoni del disco “El mé gàtt” di Ivan Della Mea, “Solo sfiorando” di Luca Morino e dello stesso Giovanardi, e “La figa”, uno scritto di Tonino Guerra in dialetto romagnolo accompagnato da una traduzione in italiano.
“El mé gàtt” è forse il brano più evocativo del disco. Viene recitata da Mauro in dialetto milanese, come l’originale di Della Mea, con una traduzione simultanea al pubblico fatta da Paolo Milanesi, che spiega il significato delle parole in dialetto e mima quelle intraducibili come “belé” e “gambetta sifolina”. Il pubblico ride, applaude, si diverte, e quest’atmosfera accompagna l’ascoltatore in una vecchia corte di Milano, con vecchie case a ringhiera, e con le famiglie affacciate sugli stretti balconi, famiglie attente a guardare di sotto questo improvvisato concertino di una notte di mezza estate.
“La figa” si apre con una frase sussurrata, come lo è quasi il resto della canzone. Parole centellinate che descrivono l’apparato femminile con una dolcezza mai sentita, ma utilizzando il termine più inflazionato per definirla. La canzone si conclude con tre parole che non lasciano speranza di interpretazione: “Ostia la figa!”.
La fine del viaggio arriva con un altro pezzo di Giovanardi, “Testamento d’amore”. La canzone chiude il capitolo dei brani malinconici, riportando l’ascoltatore con i piedi per terra e alla realtà più cruda. Spezza l’ironia e la leggerezza dei brani precedenti con parole semplici ma toccanti, che ti spogliano di tutto ciò di cui ti sei circondato. Il pianoforte inizia a suonare dolcemente ma è insistente, la voce cresce subito dopo la prima strofa e parte con il ritornello “Lo so d’essere prigioniero di un Amore che non c’è, qui ancora prigioniero di un’idea di te che non c’è più”. La canzone finisce, ci sarebbe un’altra poesia recitata a chiudere l’album, ma il disco termina definitivamente su “Testamento d’amore”, la canzone più toccante, e che fa mettere, a chi non l’ha ancora fatto nel sentire questi diciotto brani, il cuore completamente a nudo.

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