«TWELVE - Patti Smith» la recensione di Rockol

Patti Smith - TWELVE - la recensione

Recensione del 24 apr 2007 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Un titolo semplice: dodici, come le cover che contiene il disco, e come i dischi pubblicati da Patti Smith (raccolte e ristampe comprese). Per lei si possono trovare infinite definizioni. Le più usate (ed abusate) sono “poetessa” oppure “sacerdotessa del rock”. Ma la verità è che Patti Smith è puro istinto che sfugge alle definizioni. Si potra pure pensare a lei come a chi ha portato la poesia (Rimbaud, Verlaine) nel rock, ma l'ha fatto con la pancia, oltre che con la testa: la sua è pura semplicità fatta musica e fatta rock. Dalle viscerali cover di “Gloria”, "Hey Joe" e “My generation” che aprirono la sua carriera a questo disco è passato del tempo, sono successe molte cose. Dal suo ritorno dopo la lunga pausa degli anni '80 e '90 Patti Smith non si è mai fermata, suona e incide a ripetizione. E un suo disco di cover non teme l'inflazione del genere, di cui ci si inizia a stufare visto quanti ne escono.
Questo disco è diretto, nella scelta e nell'esecuzione: la scaletta è, per certi, quasi banale o, all'opposto, immediata e senza filtri: un vero e proprio “songbook” del rock, che parte da Hendrix per arrivare a Rolling Stones, Dylan, Beatles, Neil Young, Nirvana, Paul Simon, con qualche sopresa (i Tears For Fears di “Everyboy wants to rule the world”). Qualche altra sopresa arriva nella scelta non degli artisti ma delle canzoni: classiconi per Young, Hendrix, Nirvana (una stupenda rilettura acustica di “Smells like teen spirit”, il vero capolavoro del disco), brani meno scontati per Dylan (“Changing of the guards”, non “Like a rolling stone” spesso eseguita dal vivo) o per i Beatles di “Within you without you”.
Si può discutere all'infinito su affinità e divergenze tra gli originali e queste versioni, sopratutto nel caso di brani sedimentati nell'immaginario rock come “Helpless” o “Gimme shelter”. Ma sta di fatto che la personalità della Smith è tanta e tale che queste sembrano tutte canzoni sue. Un peccato, da questo punto di vista, che manchi quella “Father figure” di George Michael che Patti suonò a Milano un paio di anni fa, trasformata in una ballata da brividi. Una grossa mano in questo gliela dà la band (la solita: il grande Lenny Kaye alle chitarre, Tony Shanahan al basso, Jay Dee Daugherty alla batteria, più qualche comparsata di Flea, Tom Verlaine e del violoncellista italiano Giovanni Sollima), nel creare un suono essenziale, senza fronzoli. Sentite il lavoro sulla conclusiva “Pastitime paradise” di Stevie Wonder (in molti se la ricorderanno come base di “Gangsta paradise” di Coolio), con un tocco di piano che porta ad un crescendo da brividi.
Insomma: qua, come in tutta la musica di Patti Smith, c'è l'essenza della musica rock: istinto, passione, semplicità.

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