«REAL TIME - Van Der Graaf Generator» la recensione di Rockol

Van Der Graaf Generator - REAL TIME - la recensione

Recensione del 22 apr 2007

La recensione

Tutto, in questo disco, riporta alla mente i concerti italiani del giugno 2005. Il senso di attesa e di “evento” che si percepisce tra il pubblico appena prima dell’inizio dello spettacolo, le teste lucide e i capelli grigi in platea, gli applausi calorosi e le reazioni pavloviane che salutano le primissime battute di ogni pezzo, la complicità tra chi sta sopra e sotto il palco. Per non parlare della scaletta, praticamente identica a quelle proposte allora a Milano e a Roma. Chi c’era, trova qui un più che dignitoso souvenir. Anche se questo è un altro concerto, quello di debutto del tour di reunion alla Royal Festival Hall londinese carica di storia (anche rock), anche se Peter Hammill & co. ci tengono a sottolinearne l’unicità spazio-temporale. Questo, spiega la copertina, è quel che accadde, in tempo reale, tra le 19.43 e le 22.08 di venerdì 6 maggio 2005: dopo, in effetti, la storia ha ripreso una piega diversa, David Jackson se n’è andato un’altra volta e gli altri proseguono, saltuariamente, in trio. Ai tempi della première londinese alla Festival Hall lui, Hammill, Hugh Banton e Guy Evans, il quartetto classico dei Van Der Graaf, sono appena tornati a farsi vivi con un bell’album di inediti, “Present”, ma in concerto lo snobbano quasi (due selezioni appena) per guardare al passato, agli anni Settanta del loro zenith artistico e commerciale (numero uno nelle classifiche italiane con “Pawn hearts”!). Scaldano il motore del vecchio generatore elettrico con “The undercover man” e “Scorched earth”, i primi due pezzi da “Godbluff” (anno di grazia 1975) e già non si corre il rischio di confonderli con qualcun altro: Hammill sciamanico e teatrale, i sassofoni e l’organo che si rincorrono in traiettorie sinusoidali e serpentine, flauti madrigalisti e barriti free jazz, partiture labirintiche e squarci di puro lirismo, fantascienza apocalittica e lunghi, movimentati psicodrammi in musica. Poi arriva “Refugees”, e quella melodia aperta, ariosa che sa di epopea western (“L’ovest è il luogo in cui tutti i giorni prima o poi finiscono”) mette ancora i brividi, oggi che flussi migratori e rifugiati (“Borse marroni/tenute con lo spago”) sono più che mai protagonisti della cronaca, anche se la nuova versione è più cruda e spigolosa di quella consegnata alla storia su “The least we can do is wave to each other”. Da lì in poi si riaprono i cassetti della memoria: “Pawn hearts” e “H to he”, i Lemmings suicidi e gli squali killer, allegorie allucinate di un tortuoso, visionario poeta della canzone; le parentesi sognanti e le esplosioni psicotiche di “Man-Erg”, i ritmi marziali di “Darkness”, i chiaroscuri violenti di “Childlike faith in childhood’s end”, e poi “The sleepwalkers” dagli ornamenti barocchi e quell’imprevedibile intermezzo da cabaret. Le conoscono tutti e, come dice Hammill dal palco, la voce raspata dalll’emozione, “non c’è bisogno che vi dica i titoli”. Dal catalogo solista ripesca un pezzo dal puro Dna VDGG, “(In the) Black room” (stava su “Chameleon in the shadow of night”, 1973), ostico, intricato, pungente come un cespuglio di rovi. Un po’ come tutta la musica di questi quattro inglesi fuori orbita rispetto alle rotte del prog più canonico, mai consolatoria, mai accomodante, per niente disposta a compromessi, con una attitudine “sperimentale”, si diceva una volta, che ne è la stessa ragion d’essere (“no risk, no gain”, “nessun guadagno senza rischio”, scrive PH nelle note di copertina). Glaciale e cerebrale, anche. Eppure il pubblico resta lì adorante, assorto, estatico, alza la voce solo per scambiare facezie col frontman, invocare le canzoni preferite o chiedere di alzare il volume. Vorrà pur dire qualcosa: probabilmente, che di musica avventurosa e non stereotipata in giro c’è ancora fame. Chi è abituato ai dolci massaggi delle radio e di Mtv potrebbe uscirne con le orecchie insanguinate e un senso di opprimente claustrofobia. Ma è un avvertimento superfluo, perché si tratta di due mondi paralleli che non corrono il rischio di incontrarsi. Gli adepti e i curiosi (anche giovani, sì…) neoconvertiti, invece, non faranno troppa fatica a sintonizzarsi con le sensazioni provate da Hammill e compagni sul palco: “tanta paura, tanta eccitazione”.



(Alfredo Marziano)
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