«BOOK OF LIGHTNING - Waterboys» la recensione di Rockol

Waterboys - BOOK OF LIGHTNING - la recensione

Recensione del 10 apr 2007 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Qualcuno, parafrasando la loro canzone più famosa, dice che i Waterboys hanno visto la luna piena, e poi hanno perso la strada nel buio. In Inghilterra il gruppo di Mike Scott è ricordato sopratutto per “The whole of the moon”, il loro unico singolo di successo, e in pochi da quelle parti gli tributano il giusto merito, cioè di avere prodotto il più bel disco di folk rock celtico (“Fisherman's blues”, 1989). Vero è che dopo quel periodo fortunato e ipercreativo, i Waterboys si sono persi per mano del suo stesso leader, che ha tentato la carriera solista, poi rispolverato il marchio con musicisti di circostanza, con alterne fortune. Negli ultimi anni ha prodotto un solo disco di inediti (il semi acustico e trascurabile “Universal hall”) e una pletora di ristampe e dischi che recuperavano brani inediti di fine anni '80/primi anni '90 (tra cui il bellissimo “Too close to heaven” e la recente versione doppia con un cd di outtakes di “Fisherman's blues”).
“Book of lighting” è il primo vero disco dei Waterboys in un lungo periodo, e cerca di riportare la one-man-band di Mike Scott (che nel frattempo ha recuperato per strada alcuni musicisti storici come il violinista Steve Wickham) là dove era partita: quella “Big music”, come diceva il titolo di una loro canzone, un rock diretto ed epico, con venature folk. Insomma, il suono che aveva fatto diventare la band un nome di culto in quel periodo.
Ha ancora senso, quel suono oggi? Meno di allora, quando gli U2 e i Simple Minds dominavano classifiche e anche i cuori degli appassionati del rock. Oggi gli appassionati sono dominati da altre mode, da un rock indipendente altrettanto pretenzioso, se vogliamo, ma apparentemente più minimalista e scazzato. “Book of lightining”, così, è un disco che suona fuori moda e retrò, ma è comunque un lavoro con ancora diversi grandi spunti. Scott, anche ai tempi migliori, ha sempre dato il suo meglio più sulle ballate e sui “mid-tempo” - dove la sua carica epica si adattava meglio - che non sui brani aggressivi. Così le cavalcate iniziali di “The crash of angel wings” e “Love will shoot you down” lasciano un po' il tempo che trovano, ma verso metà il disco decolla, con la bella e lunga "She tried to hold me", con la delicata “Sustain”, e sopratutto con il terzetto finale, le canzoni più “celtiche”: “You and the sky” è un brano del periodo “Fisherman's blues” (apparso in una versione del tempo nella ristampa del disco), e “Everybody takes a tumble” e “The man with the wind at his heels” sembrano uscite direttamente dalle stesse sessioni.
Un disco fuori dal tempo e dalle mode, si diceva. I Waterboys hanno fatto il loro tempo, e queste canzoni a metà tra Dylan e Van Morrison oggi faranno più fatica a trovare un pubblico. Ma il punto è che Scott oggi sembra meno dispersivo e con queste canzoni riesce ancora a dimostrare di essere un grande songwriter.

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