«BACK TO BLACK - Amy Winehouse» la recensione di Rockol

Amy Winehouse - BACK TO BLACK - la recensione

Recensione del 01 mar 2007

La recensione

Amy Winehouse, cotonata come Dusty Springfield e Petula Clark, al numero uno delle classifiche inglesi: ma siamo nel 1967 o nel 2007? Ascolti il suo secondo disco, uscito in Inghilterra l’ottobre scorso, e non puoi fare a meno di chiederti se non si tratti per caso di una ristampa della Kent o di un gioiellino rimasto nascosto nei cassetti di Dave Godin, britannico Indiana Jones del soul purtroppo scomparso qualche anno fa. C’è che a confronto di questa tenera ragazzaccia di North London anche Joss Stone sembra Bjork. E pure le volitive regine del nu-soul americano, Lauryn Hill, India.Arie e Macy Gray, c’entrano poco o nulla con questo manufatto di archeologia musicale. E’ un falso, naturalmente, ma d’autore: piccoli indizi di attualità emergono solo nei testi infarciti di “explicit lyrics” (una volta c’era la censura….) e nel missaggio, con la sezione ritmica spesso ben scolpita in primo piano come si usa nei dischi hip-hop (sarà stato Mark Ronson, coproduttore dell’album; e non a caso al rapper Ghostface Killah è stato commissionato il remix di uno dei brani in scaletta, “You know I’m no good”). Il resto però è puro modernariato sonoro, r&b fine anni ’50 e soul anni ’60 della più bella specie, con qualche incursione in attigui territori “black” come il titolo dell’album (tra le altre cose) suggerisce. Puro esercizio di stile, esperimento di genetica musicale? Chissà. Ma il bello è che suona tutto autentico, avvalorato dalle testimonianze di chi Amy l’ha vista esibirsi su un palco, il suo ambiente naturale. Non è bella e non è chic, ma ha una indiscutibile presenza scenica e un suo naturale, stropicciato candore. E quel vocione…possibile che esca da quello scricciolino pallido e pieno di tatuaggi (le forme abbondanti degli inizi sono già un ricordo) e non da una grande mama nera? E’ così, e grazie a una dieta ferrea a base di gruppi vocali femminili d’epoca, di Phil Spector e di Motown la ragazzina un po’ sciroccata che ci siamo trovati di fronte in una recente conferenza stampa si cala prodigiosamente nei panni delle dive di un tempo: non tanto la solita e stracitata Aretha Franklin, magari, ma quella tonalità voluminosa e tondeggiante, quei begli ottoni un po’ ossidati e quel ritmo “shuffle” e strascicato ricordano semmai i dischi Atlantic di un periodo ancora antecedente (Ruth Brown, per esempio) o il timbro “whisky e sigarette” di Esther Phillips. E “Back to black”, “He can only hold her”, il terzinato di “Wake up alone”, la deliziosa ballata “Love is a losing game” certo prezioso soul minore dei Sixties: che so, Bessie Banks, Doris Duke, Bettye Swann, Doris Troy…Mica roba da niente. Aggiungeteci la lingua impertinente di Amy, una che non le manda mai a dire: prende di petto l’argomento tabù delle sue ben note inclinazioni alcoliche e ne ricava un singolo contagioso ed esilarante, “Rehab” (“Hanno cercato di farmi andare al centro di riabilitazione ma io ho detto no, no, no”, recita la prima strofa del testo), poi si chiede “che cavolo di stronzata è mai questa”, insultando il partner colpevole di averle fatto perdere un concerto dell’amato Slick Rick (“Me & Mr. Jones”). Il soffice rocksteady di “Just friend” potrebbe magari calzare anche a Lily Allen, collega connazionale altrettanto giovane e spudorata, ma è solo un’impressione momentanea: “Tears dry on their own” assomiglia così tanto a “Ain’t no mountain high enough” che l’altro produttore Salaam Remi ha pensato bene di metterci in mezzo un sample originale del classico di Marvin Gaye. Gli inglesi di ogni età, che conservano nel dna una passione innata per il Northern Soul, non potevano non innamorarsene. Ma anche più a Sud sarebbe un peccato farsi scappare un disco da party, da sabato sera e da ore piccole come questo.



(Alfredo Marziano)
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