«10.000 DAYS - Tool» la recensione di Rockol

Tool - 10.000 DAYS - la recensione

Recensione del 24 mag 2006 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Diecimila giorni è il lungo periodo di agonia che ha dovuto trascorrere Judith Marie Garrison, madre del cantante dei Tool Maynard James Keenan. In seguito ad un ictus, infatti, la donna è rimasta paralizzata per 27 anni fino al passaggio a miglior vita del 2003. E proprio a lei (ed al suo dolore) è dedicato questo nuovo disco dei Tool.
1825 è invece il numero dei giorni che i fan della band americana hanno dovuto attendere prima di poter avere tra le mani un nuovo lavoro dei loro beniamini. “Lateralus”, il precedente (e acclamato) album in studio, risale a ben cinque anni fa: nel frattempo Keenan si è potuto dedicare al suo side-project A Perfect Circle, decidendo di scrivere il nuovo album dei Tool con tutta la calma e l’attenzione necessarie.
Ogni volta che si ascolta un disco dei Tool si scoprono sfumature che non si erano notate fino a quell’istante, perché i Tool nascondono la loro arte sotto la superficie, collocano le emozioni in luoghi impervi, da andare a scovare nel cuore della loro musica.
“10,000 days” è un disco che si divide tra momenti più rabbiosi e potenti e lunghi episodi dolorosi e psichedelici. Nella prima “fazione” si possono ritrovare “Vicarious”, un potente attacco nu-metal allo sfruttamento mediatico del dolore, “Jambi”, brano incentrato sulla voce di Keenan e sulla chitarra di Jones e “The pot”, nel quale la band si scaglia contro quelle persone che puntano il dito contro gli altri accusandoli di crimini che loro stessi hanno commesso (al sottoscritto viene in mente un certo presidente, di una certa nazione…). Della seconda sezione il capostipite (e capolavoro del disco) è sicuramente “Wings for Marie/10,000 days”, una suite di diciassette minuti (divisa in due brani per renderla più digeribile), un’ode alla madre, un grido di dolore, l’infinita agonia di una donna che trova le ali per volare nella sua religiosità: musicalmente è un viaggio sonoro allo stato puro, chitarre che scavano nella psiche umana e parole che lasciano il segno (“You never had a life, but sure saved one” o “10000 days in the fire is long enough, you're going home”). Da brividi. Si uniscono a questa sezione “Lost keys” una canzone sull’inventore dell’LSD Albert Hoffman, “Intension” e “Lipan Conjuring”, un canto tradizionale degli indiani d’America.
Nel mezzo scorrono “Right in two” con ritmi tribali improvvisamente tranciati da chitarre e batteria e “Rosetta stoned” (la stele di Rosetta) con una prima parte metal e seconda parte soft-psichedelica, incentrata su un traumatico incontro con entità sovrannaturali. Chiude il disco “Viginti tres” (ventitré), una demoniaca suite con rumori imprecisati e voci diaboliche.
Una nota la merita il package, una confezione cartonata con allegate lenti per la visione 3D del lisergico e inquietante libretto.
La rabbia, il dolore, l’introspezione psicologica sono i temi che ricorrono in questo nuovo lavoro di Maynard James Keenan e soci. Le idee, la bravura e l’onestà artistica di questi musicisti sono davvero di un altro pianeta. Questo non è un disco creato per vendere, non essendo adatto alla superficialità e a chi vuole subito la sostanza. Prima di ascoltare “10,000 days” siate disposti a compiere un viaggio profondo nella musica, nelle emozioni della mente umana, e perché no, dentro il vostro dolore. E solo i dischi di grande fattura hanno il biglietto d’accesso per questo intrigante, ma pauroso, tour.

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