«YOUTH - Matisyahu» la recensione di Rockol

Matisyahu - YOUTH - la recensione

Recensione del 23 mag 2006

La recensione

Difficile che passi inosservato, il video in puro stile low budget di “King without a crown”, dove a cantare su una base di autentico roots reggae è un ragazzo di origine ebraica e pelle bianchissima, abito scuro, barbone incolto e cappellaccio a tesa larga a rimarcarne inconfondibilmente l’appartenenza etnica e religiosa. Si fa chiamare Matisyahu (vero nome Matthew Miller, classe 1979, originario della Pennsylvania ma cittadino newyorkese) e cavalca le onde della dancehall per fustigare i vizi di Babilonia, incitare i giovani ad alzare la testa, diffondere i precetti del movimento hassidico Chabad Lubavitch a cui aderisce. Uno così è destinato ad attirare l’attenzione dei media e a far discutere, anche se certe polemiche attizzate da chi ancora si scandalizza di fronte a un bianco che fa musica giamaicana lasciano un po’ il tempo che trovano (e sottintendono piuttosto, come ha osservato qualcuno, vecchie ruggini mai sopite tra ebrei e afroamericani).
Dal reggae avevano già preso a piene mani Clash e Police, naturalmente, ma anche l’ultima Sinead O’Connor. E che dire allora del jazz, del blues e del rap, di Chet Baker, di Eric Clapton e di Eminem? E, in senso inverso, degli “Israelites” del Centro America di cui cantava un tempo Desmond Dekker? Il personaggio, comunque, è singolare: uno che da ragazzino ha scoperto Jerry Garcia e si è messo a fare l’hippie seguendo i Phish in lungo e in largo per gli States; che aveva ripudiato le sue origini e la sua religione fino a quando, entrando in una sinagoga a 19 anni, ha avuto un’“illuminazione”. Ci si potrebbe scrivere sopra un trattato sociologico, probabilmente. Non abbiamo questa pretesa, e allora parliamo del suo disco (il secondo in studio, il primo finanziato da una major) e della sua musica: che usa tutti i ferri tradizionali del mestiere, il dub e il raggamuffin, la melodica e i bassi che scuotono il ventre, con l’aiuto di un trio di fedelissimi, bianchi anche loro (si chiamano Roots Tonic), e i trucchi di quella vecchia volpe di Bill Laswell, l’uomo dei Material e di mille avventure disperse tra il rock mainstream e l’underground. Sul tronco del reggae tradizionale e della sua iconografia classica Matisyahu non innesta solo il suo DNA ebraico: essendo un ragazzo dei nostri tempi ama anche parlare la lingua dell’hip hop e del rock, di temi spirituali universali, di vita quotidiana e di amore profano (“Unique is my dove”). In “Youth”, il pezzo che intitola il disco e che sfoggia una chitarra elettrica distorta, si rivolge ai ragazzi di tutto il mondo, non solo a quelli che come lui indossano la kippah, invitandoli a “battere i pugni sul tavolo e a fare le vostre richieste”, invocando “libertà di scelta” convinto che la gioventù sia “il motore del mondo” (Pete Townshend o i Jefferson Airplane, quarant’anni fa, non dicevano qualcosa di tanto diverso). E quando, nella breve “What I’m fighting for”, si fa accompagnare da una chitarra acustica solitaria lo si potrebbe addirittura scambiare per un cantastorie alla Billy Bragg, non fosse per certi riferimenti simbolici del testo; mentre “Indestructible” e “Ancient lullaby”, chiusa da un trascinante break percussivo, emanano inattesi sapori afro. Sono solo piccole deviazioni dalla strada maestra, comunque, perché per il resto prevale una certa ortodossia, musicale e religiosa: con “gli edifici di Babilonia che crescono come fiamme/annegando nel loro champagne” e via sermoneggiando (“Fire of heaven/Altar of earth”), citazioni esplicite di Police e Mattafix (“Dispatch the troops”), e gradevoli aperture melodiche (“Late night in Zion”: il Monte Sion e Gerusalemme sono sempre lì, sullo sfondo delle sue canzoni). Conclusione? Matisyahu non è Bob Marley, naturalmente, e non sembra destinato a rivoluzionare il mondo della musica. Ma qualcosa da dire ce l’ha di sicuro. E magari farà più lui per la buona immagine del suo paese del nuovo premier israeliano Ehud Olmert.

(Alfredo Marziano)
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