«FUNDAMENTAL - Pet Shop Boys» la recensione di Rockol

Pet Shop Boys - FUNDAMENTAL - la recensione

Recensione del 08 giu 2006 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

L’accoppiata è di quelle da brivido, per chi segue la musica inglese. Da un lato i Pet Shop Boys, che hanno fatto della canzone pop un’arte. Dall’altro lato forse il più grande produttore britannico di sempre, Trevor Horn.
Da un lato, quindi, il duo Tennant/Lowe, che ha segnato gli anni ’80 e i ’90, giocando sullo stesso terreno di compatrioti come Depeche Mode e New Order, ovvero la contaminazione tra melodia ed elettronica. I Pet Shop Boys, però hanno scelto non il versante dark o quello rock/dance, ma quello più dichiaratamente “pop” (inteso come popolare e non come biecamente commerciale). Dall’altro lato l’uomo che come musicista con i Buggles ha inventato il videoclip ammazzando le star della radio (“Video killed the radio star”), e poi si è reiventato come produttore, scoprendo e lanciando dai Frankie Goes To Hollywood a Grace Jones, passando per chissà chi altro e segnando 20 anni di musica inglese.
I due avvevano già collaborato (nel 1988, su “Introspective”), ma la reunion è di quelle che fanno notizia. Anche perché i Pet Shop Boys non pubblicavano dischi di inediti da 4 anni. E perché hanno deciso di anticipare il tutto con un singolo “I’m with stupid”, dedicato alla “relazione pericolosa” tra George W. Bush e Tony Blair.
Sarà per tutte queste aspettative che crea, ma alla fine “Fundamental” lascia un po’ con l’amaro in bocca. Non fraintendiamoci: è un bel disco, e i Pet Shop Boys non hanno mai fatto nulla che non fosse meno che dignitoso. Anche questa volta ci regalano una collezioni di canzoni belle, prodotte benissimo, piene di british humor e “postmoderne”: una volta si usava quest’aggettivo per spiegare il citazionismo e la tendenza a mettere assieme elementi di provenienza diversa.
Però da queste premesse e da questa accoppiata era lecito aspettarsi il colpo di genio. Che qua non c’è: ci sono 12 tracce che da “Psychological” a “Integral” scorrono via bene, benissimo. Ma senza lasciare traccia, se ci passate il gioco di parole. Peccato.

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