«THE HARDEST WAY TO MAKE AN EASY LIVING - Streets» la recensione di Rockol

Streets - THE HARDEST WAY TO MAKE AN EASY LIVING - la recensione

Recensione del 16 mag 2006 a cura di Davide Poliani

La recensione

E' la solita, vecchia storia: arte e vita che si confondono. O, meglio, che si rincorrono. Mike Skinner, a differenza di altri colleghi che cercano ispirazione in discipline orientali, sette più o meno segrete e stupefacenti vari, di fatica per trovare del materiale per le proprie canzoni non ne ha mai fatta troppa: gli bastava raccontare di DVD non riportati in videoteca, storie d'amore andate a male e quotidianità varia ed il gioco era fatto. Per "The hardest way to make an easy living", però, c'è un problema: Mike è diventato famoso. Niente più birre al pub, niente più storie da poche sterline: la sua vita è cambiata, adesso. Lo scenario della sua esistenza sono diventati gli studi televisivi, i backstage degli spettacoli più conosciuti, le camere d'albergo di lusso e gli uffici della casa discografica. E le sue frequentazioni, oggi, si dividono tra PR, impresari, giornalisti e ammiccanti "page six girls". The Streets, senza battere ciglio, ha fatto l'unica cosa che sapeva (e poteva) fare: raccontarci tutto. Ecco, così, cosa si prova ad abbordare una ragazza famosa almeno quanto te ("When you wasn't famous"), cosa fare in una stanza di hotel pagata dalla produzione ("Hotel expressionism"), o come trattare con manager, PR e con tutte le figure che affollano le giornate di una (rock, rap, dance) star ("Prangin out", "The haedest way to make an easy living"). Ma anche una delicata ed ironica ballata dedicata al padre scomparso ("I due più diffusi narcotici europei, alcol e religione. Io so quale preferisco": così inizia "Never went to church") ed una riflessione sopra le righe sul dualismo (tutto anglosassone) UK - USA ("Siamo orgogliosi di avervi dato gente come John Lennon, anche se poi gli avete sparato", canta l'inglese in "Two nations").
Con The Streets il problema è sempre quello: difficile, per i non inglesi, gustare il suo accento cockney strettissimo e la sua ironia british. Quasi superfluo avvertire i fan dell'hip-hop da MTV: se cercate un flusso alla 50 Cent, questo disco non fa per voi. Quasi mai come in questa occasione Mike ha deciso di frammentare il proprio cantanto, alternando strofe estremamente convulse a ritornelli melodicamente chiari e ben definiti. Ma, musicalmente, il distacco maggiore tra "The hardest way" e "A grand don't come for free" sta forse nella realizzazione delle basi, oggi fattesi più scarne e spigolose, quasi esclusivamente sintetiche e molto lontane dagli echi brit pop di pezzi come "Fit but you know it".
Il gioco, tutto sommato, funziona bene: certo, qualcuno rimpiangerà sicuramente la freschezza e la sfacciataggine degli esordi, ma - visto e considerato lo strettissimo legame tra esperienza personale e produzione artistica di The Streets - "The hardest way" potrebbe rappresentare una tappa obbligatoria nel raggiungimento della maturità di Mike. Maturità che sicuramente è ancora di là da venire (l'arroganza che prima faceva simpatia ora, a tratti, sembra supponenza) ma che di certo non tarderà ad arrivare, se solo Mr Skinner imparerà a guardare con distacco oltre le contingenze per diventare, prima ancora di un rapper, un grande cronista dell'Inghilterra di oggi.

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