«APPLE BOX - XTC» la recensione di Rockol

XTC - APPLE BOX - la recensione

Recensione del 20 dic 2005

La recensione

Andy Partridge e Colin Moulding, unici titolari rimasti della bottega musicale XTC (ammesso che sia ancora aperta: nessun segnale di nuovi dischi in arrivo), appartengono a una specie purtroppo in via di estinzione. Come Pete Townshend (ricordate i suoi “Scoop”?), Costello e pochi altri hanno una passione così morbosa per lo scrivere canzoni e il pasticciare in studio di registrazione, un’attenzione così maniacale al dettaglio e alla miniatura sonora da immaginare che ai fan possa far piacere sbirciarli dal buco della serratura, mettersi a frugare nei loro cassetti, leggere di soppiatto i loro diari di bordo. Passare in cucina e ficcare il dito nel pentolone, insomma, prima che i piatti siano pronti da mettere in tavola. Hanno ragione, naturalmente, anche se è chiaro che si tratta di discorsi carbonari, sussurrati a mezza bocca, destinati ai soci del loro circolo ricreativo in quel di Swindon: chi ama il loro piccolo mondo antico e di provincia si presta volentieri a giochini per iniziati come i recenti “Fuzzy warbles” di Partridge o questo “Apple box”. Sempre che, come è probabile, non ne possegga già l’intero contenuto. Nel candido cofanettino color latte, infatti, non si nasconde niente di nuovo. Si tratta semplicemente di un repackaging dei quattro album legati al progetto “Apple venus”, due dischi “finiti” editi tra il 1999 e il 2000 e le relative versioni “demo” anch’esse già rese di pubblico dominio; e tanto valeva, allora, includere anche le rare edizioni strumentali, “Instruvenus” e “Waspstrumentals”, uscite solo sul mercato giapponese. Qualche dubbio sul senso commerciale dell’operazione rimane, dunque, e del resto col business e le sue regole gli XTC ci hanno sempre litigato: proprio questo poker di Cd documenta il loro ritorno in attività dopo il ben noto “sciopero bianco” contro la Virgin che per sette lunghi anni li costrinse a mettersi la museruola. A quel punto, orfani anche del chitarrista Dave Gregory (comunque presente in veste di session man, insieme al batterista Prairie Prince, ex Tubes, e altri) Andy & Colin mordevano comprensibilmente il freno. Aggiungeteci, nel caso di Partridge, un divorzio doloroso, un nuovo amore, un’infezione all’orecchio sfociata in un principio di sordità, i consueti attacchi di panico, problemi incipienti alla prostata e un ricorso smodato all’alcol e avrete la ricetta perfetta per sciogliere ogni eventuale blocco dello scrittore, come spiega l’interessato nelle note di copertina ricorrendo al suo tipico humour acidulo. Ed ecco sprizzare da una bottiglia agitata troppo a lungo le bollicine di due dischi gemelli, un “Apple venus volume 1” di musica “orchustica” e un “Wasp star (Apple venus vol. 2)” di musica “eclettrica”, per dirla in swindoniano stretto, accompagnati dai loro prototipi, “Homespun” e “Homegrown”. Il primo titolo, “Apple venus”, è anche il più affascinante e sorprendente del mazzo: “la nostra prima incursione nelle grandi orchestrazioni”, ricorda con intatta eccitazione Moulding citando illustri classici come Elgar e Vaughn Williams. Così è: “River of orchids”, il pezzo che lo apre, è un cocktail che Partridge descrive come “una parte di Philip Glass, una di Gil Evans e due di filastrocca per bambini, il tutto guarnito con una fetta di carola” ma che potrebbe anche ricordare certe eleganze alla Penguin Cafè Orchestra, una meravigliosa sinfonietta pop-ecologista per gocce d’acqua e pizzicato d’archi con contrappunto di trombe (ai colori orchestrali provvede la London Session Orchestra diretta da Gavin Wright). Ambizioso eppure leggero, complicato e semplice al tempo stesso: insomma, geniale. E suggestive sono anche le immagini del testo, che vagheggiano una Londra attraversata da un fiume di orchidee invece che dal traffico congestionato di Piccadilly Circus. Temi bucolici, riti di passaggio e inni pagani alla fertilità tornano con insistenza nei due dischi, ed è facile leggervi il riferimento biografico alla rinascita della band. “Greenman” è un alter ego maschile di Madre Natura evocato sui ritmi incalzanti di una danza folk inglese, “Harvest festival” usa scenari più quieti e cameristici per parlare di Feste del Ringraziamento e di primi turbamenti sessuali, “Easter theatre” è un’altra operetta di tema propiziatorio giocata su dinamici incastri vocali (sempre deliziosi) e orchestrali. Sono tutte firmate Partridge, di gran lunga il più prolifico dei due, che cita McCartney senza pudore (“I’d like it”) e non rinuncia al lato più caustico e pessimista del suo stile: “Your dictionary” è una amarissima canzone post divorzio dove i “fuck” e gli “shit” diventano imprevedibilmente parte di un raffinato gioco linguistico (non ve lo aspettereste da 50 Cent, vero?), “I can’t own her” un’ode ai desideri irrealizzabili che è un gioiello assoluto di equilibrio musicale, “The last balloon” una chiusa malinconica con armonie vocali alla Brian Wilson e la tromba jazz di Guy Barker. E Moulding? Lui pensa come al solito ad alleggerire i toni con le sue deliziose figurine d’altri tempi a metà tra music hall e bubblegum music (“Frivolous tonight”, “Fruit nut”), anche se qui non ripete i miracoli di “Bungalow”, “King for a day” o “Making plans for Nigel”.
A confronto, “Wasp star” è un’opera minore, nel solco di vecchi dischi elettrici come “The big express” e “Black sea” soprattutto. Comunque piacevole: Partridge parte bene col girotondo pop e ingannevolmente ingenuo di “Playground”; e, una volta tanto, si mette a nudo senza imbarazzo in “Stupidly happy”, canzoncina quasi sciocca ma irresistibile che gira ossessivamente intorno a un cocciuto riff alla Keith Richards. Sfodera gran classe, l’occhialuto Andy, anche in “Church of women”, inno all’universo femminile che potrebbe entrare tranquillamente nella vetrina dei suoi migliori manufatti. C’è un po’ di Harrison e molto blues nel trotterellare zoppicante di “Wounded horse”, molto folk rock e simbologia inglese tradizionale in “The wheel and the Maypole”, due canzoni in una, mentre “I’m the man who murdered love” riprende il filo di “The disappointed” (da “Nonsuch”), e i singulti reggae di “You and the clouds will still be beautiful” e le percussioni tribali di “We’re all light” rievocano i tempi lontani di “English settlement”. Moulding risponde con due piacevoli marcette delle sue e con una “Boarded up” ipnotica e scheletrica che esce (con ottimi risultati) dai suoi canoni, raccontando sconsolatamente di come a Swindon tutti i club finiscano per chiudere. “Homespun” e “Homegrown”, gli altri due dischi, sono i corollari che servono a capire da dove arrivano e come si sono formate, tutte quelle canzoni: costruite, smontate, incollate, messe da parte e poi recuperate come soldatini di piombo, modellini navali o album di fotografie ritrovati in solaio, rispolverati e messi in bella mostra sulla mensola del soggiorno. Roba da malati di XTC, appunto, perché gli altri continueranno a ignorarli come sempre. Peccato davvero, pagare l’affitto e gli alimenti diventa più difficile, ma a Swindon magari sono più contenti così.
(Alfredo Marziano)
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