«A LITTLE SOUTH OF SANITY - Aerosmith» la recensione di Rockol

Aerosmith - A LITTLE SOUTH OF SANITY - la recensione

Recensione del 20 ott 1998

La recensione

Si era nei primi anni Settanta, nei pressi di Boston, quando Steven Tyler e Joe Perry davano vita alla coppia che sarebbe stata ribattezzata come "Toxic Twins", un appellativo sulla cui genesi non è il caso di forzare l’immaginazione. La loro band, gli Aerosmith, si sfamò in origine a pane e Jimmy Page, e divenne presto una delle migliori formazioni americane della storia del rock. Per loro iniziò un party lungo una decina d’anni, milioni di dischi venduti e - soprattutto - centinaia di date dal vivo consumate ovunque. Prevedibilmente, il gruppo cedeva sotto il suo stesso peso all’inizio degli anni Ottanta; miracolosamente, però, erano comunque tutti ancora vivi, e continuavano a suonare: pochi gli stadi, ormai, sempre più frequenti i piccoli club da vecchie glorie. Con "Permanent vacation", però, re-invertirono la tendenza e decisero di tornare a fare sul serio, pensando bene di scaldarsi a dovere con qualche altro migliaio di chilometri on the road. E, tra un video award, un grammy e una chat online, gli Aerosmith - che dal 1987 ad oggi sono riusciti a conquistare un’altra generazione di fans - hanno sempre tenuto fede alla loro convinzione di base: il rock and roll è dal vivo. E pazienza per l’età.
"A little south of sanity" - un titolo che, se esistesse un apposito premio, stravincerebbe come il migliore degli anni Novanta - è solo un altro album live di rock and roll. Non aggiunge niente alla grandezza degli Aerosmith e non fa che rafforzare la convinzione che questo gruppo, capace di mescolare i riff e le melodie con impareggiabile abilità, riesca a dare il meglio di sé sopra un palco. Solo un altro album dal vivo, ma un fantastico, grande album rock dal vivo, in cui il voltaggio ed il suono fanno vibrare più il cuore dei timpani: quando puoi passare da "Livin’ on the edge" a "Dream on", da "Janie’s got a gun" a "Back in the saddle", da "Cryin’" a Sweet emotion" senza avvertire il passaggio di un quarto di secolo, beh...
Un disco live riuscito è quello che sa cogliere il perfetto equilibrio tra l’energia unica che si crea tra artista e pubblico e la delicata opera di post-produzione, che rende possibile cogliere tanta genuinità su un impianto hi-fi senza perdere di qualità: gli Aerosmith e Jack Douglas, che ha mixato i pezzi e selezionato le versioni prescelte tra centinaia di esecuzioni diverse, centrano in pieno l’obiettivo. I brani sono ventitrè, praticamente tutti dei classici del loro genere. "I gusti sono una questione di gusti", spiegava quello scrittore americano. I nostri dicono: "Eat the rich" (attacco fulminante con una intro interminabile e irripetibile), "Monkey on my back", "Dude" e "Sweet emotion".
Con "A little south of sanity" siamo di fronte a uno di quei pochissimi gruppi che portano la responsabilità di avere spianato la strada, con il loro fulgido esempio, a decine di metal band che, abbagliate dalla potenza e dall’immediatezza del loro suono, del loro look, della loro disinvoltura artistica e mediatica, hanno pensato di apprenderne e riprodurne la lezione fondamentale, salvo poi impararne - in realtà - solo i tratti superficiali. Così, quando ascolti gli Aerosmith, ti riconcili con le ragioni del rock autentico e spazzi via di colpo tutte le sue edulcorazioni appannate, patinate e kitch.

Tracking list
Disc 1
1. Eat the rich
2. Love in an elevator
3. Falling in love (Is hard on the knees)
4. Same old song and dance
5. Hole in my soul
6. Monkey on my back
7. Livin’ on the edge
8. Cryin’
9. Rag doll
10. Angel
11. Janie’s got a gun
12. Amazing

Disc 2
1. Back in the saddle
2. Last child
3. The other side
4. Walk on down
5. Dream on
6. Crazy
7. Mama kin
8. Walk this way
9. Dude (Looks like a lady)
10. What it takes
11. Sweet emotion
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