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Recensioni / 21 apr 2005

Bruce Springsteen - DEVILS & DUST - la recensione

Recensione di Gianni Sibilla
DEVILS & DUST
Columbia (CD + DVD)
Sbaglia chi si aspetta “The ghost of Tom Joad” parte seconda, almeno in larga parte. “Devils & dust”, il nuovo disco di Bruce Springsteen, è qualcosa di più, di diverso. Presentato come un ritorno alle atmosfere acustiche dell’album del 1995, è invece assai più complesso, come dimostra perfettamente la title track, già in giro da qualche tempo (vedi news): un mix tra atmosfere acustiche e orchestrazioni più complesse pensate da Brendan O’Brien per alcuni brani di “The rising”. Il disco intero conferma questa prima sensazione, alternando momenti decisamente rock a ballate per chitarra e voce, a momenti folk, a canzoni che mischiano le carte in gioco.
In “Devils & dust” si sentono soprattutto due cose: l’assenza della E-Street Band, e la presenza del produttore Brendan O’Brien. Il primo fattore è evidente, prima ancora che nei brani acustici, quando Springsteen (che suona praticamente tutti gli strumenti, tranne il basso - a carico di O'Brien - e la batteria - Steve Jordan) accelera i ritmi, come in “All the way home”, “Long time comin”, “Maria’s bed”, “All I’m thinkin about”, “Leah”: brani veloci o uptempo, che ricordano quasi certe cose di “Lucky town”. Non sono male, anzi; ma certo canzoni come quelle con tutto il gruppo dietro sono un’altra cosa: il folk rock di “Waiting on a sunny day”, per intenderci, suonava meglio. La presenza di O’Brien, invece, si sente un po’ ovunque: nelle orchestrazioni che abbelliscono brani delicati come “Reno”, nell’impasto delle chitarre con ritmica e voce dei brani più veloci (su tutti proprio “Long time comin’”), al modo in cui la voce stessa del boss è trattata, anche giocando spesso sul falsetto (“All I’m thinkin about”, per esempio, o “Maria’s bed”). Insomma, il tocco di Brendan O’Brien conferma che la presenza di un produttore ha fatto e fa un gran bene a Springsteen, in ogni frangente.
In generale, “Devils & dust” è il disco di un cantautore, più che quello di un rocker. Il termine “cantautore” non è stato però inteso in senso stretto da Springsteen. Non ha inciso un disco minimale come “The ghost of Tom Joad”, anche se alcuni brani, come “The hitter” e “Long time comin’” provengono da quel periodo, e nel primo caso l’origine si sente, eccome. Springsteen ha invece confezionato un album in cui sono rappresentate le diverse facce di chi scrive e canta la propria musica inizialmente da solo, e poi si fa accompagnare da musicisti, vestendo canzoni chiaramente nate con una chitarra in mano in una stanza; canzoni che forse – in altri momenti, prima che arrivasse O’Brien – sarebbero rimaste in quella forma. Lo dimostra anche il DVD allegato a questo disco: Bruce che suona, da solo con la chitarra, 5 canzoni; le versioni scarnificate delle "veloci" "All I'm thinkin' about" e "Long time comin'" sono illuminanti riguardo al processo di creazione di questo album.
Anche tematicamente “Devils & dust” è un disco multiforme. Springsteen racconta storie, parla della guerra come nella title track o di argomenti più marginali (l’incontro con la prostituta di “Reno”, con una menzione al sesso anale che in America è valsa al disco il “Parental advisory” sulla copertina, insieme al “I ain't gonna fuck it up this time” di “Long time comin’” ); parla di emarginazione sociale (il ragazzo che scappa di “Black cowboys”, il pugile di “The Hitter”), di elaborazione del lutto dopo la perdita di qualcuno (“Silver palomino”). Parla anche di religione come nella ballata pianistica “Jesus was an only son”. Ma soprattutto rappresenta l’amore come salvezza, che poi è alla fine il tema portante della sua carriera, come in “Maria’s bed”, “All the way home”, “Long time comin”, , “All I’m thinkin about”. Questi temi sono raccontati come da un cantastorie: il punto di vista del singolo che assume rilevanza universale, la storia minimale che minimale non è. “Devils & dust” è un disco, anche in questo, diverso da “The ghost of Tom Joad”, che era più dichiaratamente sociale e politico.
Un disco capolavoro? Sicuramente no. Un disco sottotono? Neanche. Semplicemente un disco di Springsteen, che da grande artista qual è ha deciso di tornare su un filone della sua carriera – quello del folk-singer – ma di farlo in modo diverso, evitando di ripetersi. Da questo punto di vista, massimo rispetto. Poi, sicuramente, alcuni fan rimpiangeranno la E-Street Band (inevitabile) o preferiranno, in questo filone, “Nebraska” (altrettanto inevitabile). Noi cerchiamo di non fare né l’una né l’altra cosa; suggeriamo di apprezzare “Devils & dust” per quello che ci sembra che sia: il nuovo, degno capitolo della più bel percorso artistico nel rock americano.