«SPOOKED - Robyn Hitchcock» la recensione di Rockol

Robyn Hitchcock - SPOOKED - la recensione

Recensione del 13 feb 2005

La recensione

E’ un connubio insolito, inatteso e nato per caso, quello tra il più stralunato e surreale dei cantautori inglesi (tanto devoto a Syd Barrett che si sarà stufato di sentirselo ripetere) e la coppia Gillian Welch/David Rawlings, eredi della Carter Family e campioni assoluti del folk revival appalachiano. Dall’innesto di semi musicali e di personalità così diverse e peculiari potevano nascere frutti bizzarri, forse anche insipidi o immangiabili. E invece ne vien fuori la prima sorpresa dell’anno (per modo di dire: in Inghilterra il disco è uscito nel 2004), i tre viaggiano d’amore e d’accordo come mangiassero pane e musica insieme dalla notte dei tempi e “Spooked” è uno dei dischi più deliziosi che sia capitato di ascoltare da molto, molto tempo a questa parte. Bisogna amare la musica acustica e senza fronzoli, naturalmente; e quello sguardo strabico, quel modo obliquo di raccontare fiabe sonore proprio del londinese. E’ Hitchcock a menare le danze, questo è fuori discussione: l’album esce a nome suo, e sarebbe semplicistico dire che l’ineffabile Robyn ha fatto un disco di pura “Americana”, genere tanto amato anche dai critici snob del suo paese. Viene piuttosto in mente quel lontano “I often dream of trains” di metà anni ’80, Robyn che devia dal punk pop dei Soft Boys e dalle agili manovre rock psichedeliche degli Egyptians per confezionare un disco di ballate acustiche e spettrali. Spettrale, in fede al titolo della raccolta, è anche questo “Spooked” che il leader e i suoi due “special guest” hanno suonato tutto di getto, in diretta, accomodati in uno studio di registrazione di Nashville a contemplare il panorama da una finestra. Pochissime le sovraincisioni, giusto il basso di Joey Spampinato su due tracce, qualche voce di contorno, un paio di spezie psichedeliche: una chitarra registrata al contrario come ai vecchi tempi su “Full moon in my soul”, jazzy e vellutata; un sitar elettrico a spargere incensi dolciastri su “Everybody needs love”, che più hippie e figlia dei fiori non si potrebbe a cominciare dal titolo.
L’intreccio di tre chitarre acustiche è la sostanza fragrante del disco, Welch e Rawlings (anche produttore) intervengono con discrezione e gran classe: angelica e imprendibile lei ai controcanti, ammaliante anche quando se ne sta in disparte; mentre lui, misurato e impeccabile stilista della chitarra, fa miagolare sommessamente dobro e sei corde in titoli come l’evanescente ma bellissima “Sometimes a blonde”, ritratto di donna dalle sembianze cangianti, e “Demons & fiends”, un gospel blues che potrebbe saltar fuori dal “Fratello dove sei?”” dei fratelli Coen non fosse per quei demoni, spiritelli e funghi vertebrati (!) di cui Hitchcock canta con la sua inconfondibile vocetta nasale. Fa tutto parte del suo tipico immaginario “acido”: come i vermicelli, i millepiedi e la natura animata che si muovono a sincopato ritmo di skiffle nel divertente nonsense di “We’re gonna live in the trees”. E siccome più di Barrett la sua nuova ossessione si chiama Bob Dylan (due anni fa gli ha dedicato un intero doppio Cd di cover) c’è anche una canzone dell’uomo di Duluth, estratta dal suo catalogo recente: “Tryin’ to get to heaven before they close the door” stava su “Time out of mind” (1997), e Robyn & compagni ne propongono una lettura assorta, dolente, rispettosissima.
Il pendolo si sposta spesso, a dispetto della ostentata “povertà” della strumentazione: dal folk psichedelico e surrealista (“If you know time”) alla ballata minimalista con tocchi country folk (“English girl”), dall’honky tonk rock cigolante di “Creeped out” all’intimismo di “Flanagan’s song”, dove Hitchcock sfodera il suo registro più grave e i suoi accompagnatori un sommesso fraseggio in stile vagamente tex mex. Il sarcasmo, se c’è, è ben nascosto tra i bit: in “Television”, per esempio, la cantilena che introduce il disco con un intrigante arpeggio acustico per raccontare di un povero cristo innamorato del suo elettrodomestico preferito. Così lo humour nero: in “Welcome to Earth” Welch e Rawlings gracidano in sottofondo mentre lo steward Hitchcock recita a immaginari turisti extraterrestri le delizie del nostro pianeta (“premere uno per carestia, due per pestilenza, tre per Condoleeza, quattro per morte”). E’ il suo solito, brillante teatrino dell’assurdo, l’ennesimo scherzo per parlare di cose terribilmente serie. Impagabile.
(Alfredo Marziano)
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.