«IRISH SON - Bryan McFadden» la recensione di Rockol

Bryan McFadden - IRISH SON - la recensione

Recensione del 11 feb 2005 a cura di Paola Maraone

La recensione

Una storia già sentita, quella di Brian McFadden – un tizio che lascia la boy-band in cui militava per tentare la carriera solista facendosi scrivere i pezzi da un tale chiamato Guy Chambers. Ma non vi aspettate un album “catchy” come quello di Robbie Williams; anche se il primo singolo di Brian, “Real to me”, è finito dritto in testa alle classifiche. Comunque “Irish son”, pregiudizi (legittimi) a parte, è un album onesto, con una discreta e inattesa dose di autenticità, un po’ troppo pop e troppo poco caratterizzato per i nostri gusti – uno di quei dischi che per piacere a tutti rischiano di non essere amati fino in fondo da nessuno.
Certo il bel look, un po’ da “bad boy”, sulla cover del cd aiuterà McFadden a sporcare un po’ la sua immagine da bravo ragazzo (anche se in vita sua ne ha combinate. Strage di cuori con le donne, e già due figli a soli 24 anni). Però insomma: questo soft-rock non è niente male, e posiziona McFadden anni luce avanti rispetto ai suoi ex compagni di band. Tra le canzoni più riuscite e dotate di personalità, “Sorry, love daddy” e “Demons”, ma anche pezzi mid-tempo come “Lose lose situation”, più movimentati come “Walking disaster” o, al contrario, lentissimi ed essenziali come “Walking into walls”. Intendiamoci, non si tratta di un capolavoro, e McFadden deve macinarne, di strada, per arrivare all’altezza di Robbie; deve ancora lavorare sulla propria immagine, sulla direzione da prendere e anche sulla voce, ma “Irish son” non è un disco spregevole. Di tutta la track-list, forse il brano meno convincente è l’ultimo, “Almost here”, in duetto con Delta Goodrem – difficile da spiegare, ma si ha la sensazione che lei sia lontana anni luce da lui. Del resto ignoriamo i dettagli, ma è fin troppo facile che, per registrare il pezzo, i due non si siano nemmeno incontrati.

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