«TANT DE BELLES CHOSES - Francoise Hardy» la recensione di Rockol

Francoise Hardy - TANT DE BELLES CHOSES - la recensione

Recensione del 01 feb 2005

La recensione

Dice bene la biografia ufficiale pubblicata sul suo sito Internet: c’è una malinconia congenita nella voce, e nella musica, di Françoise Hardy, la ex ragazzina yè yè che oggi, chioma candida e 61 anni compiuti qualche giorno fa, è una chanteuse dai modi intensi e sobri allo stesso tempo. Icona assoluta e sbarazzina dei favolosi Sixties, da quando si è accasata presso la Virgin francese si è reinventata una carriera “alta” costruita sulle basi del suo charme squisitamente transalpino, di frequentazioni importanti (anche in campo rock: Eric Clapton, Iggy Pop) e di qualche pennellata da dark lady abitante le brumose regioni della nostalgia. Una Marianne Faithfull meno maledetta e graffiata dal tempo; una progenitrice di Carla Bruni, a cui l’avvicina quell’evanescenza vocale che, peccato veniale in gioventù, si è trasformata oggi in virtù ed ulteriore arma di seduzione. “Le danger”, primo disco del suo nuovo corso uscito ormai otto anni fa, aveva guardato proprio al modello Faithfull spingendo sui pedali della contaminazione tra generi ed epoche musicali. Questo nuovo album, in Francia già premiato da un disco d’oro (oltre 120 mila copie vendute nei primi due mesi di distribuzione nei negozi), riprende invece il filo più tradizionale di “Clair-obscure” e resta fedele alle inclinazioni più naturali della madame parigina. La tempestosa ballata che intitola il disco, proposta in due versioni (quella rinforzata dagli arrangiamenti di Erick Benzi lo apre, quella “demo” del compositore Alain Lubrano lo chiude come traccia fantasma), è esemplare. Un inno alla forza dell’amore che fa battere il cuore, che supera i dispiaceri e la morte: argomenti usuali, frusti anche, se la Hardy e i suoi collaboratori non ne facessero l’oggetto di una avvincente battaglia tra ghiaccio (bollente: la voce della cantante) e fuoco (la passionalità della melodia, il vibrante assolo di chitarra elettrica). Altrove sembra di riascoltare una Françoise giovane, preda di fragili e svenevoli dolcezze. Così nella filastrocca sommessa di “Soir de gala” e in “Grand hôtel”, un nostalgico, polveroso e un po’ troppo didascalico swing farcito da tanto di violino “grappelliano” suonato da Florin Niculescu (dna gitano, a giudicare dal nome). O in “A l’ombre de la lune”, una jazz bossa da cartolina ingiallita firmata dal giovane e quotato Benjamin Biolay (già autore per Henri Salvador), giocata sul lieve interplay tra contrabbasso, chitarra acustica arpeggiata ed elettrica dal tocco morbido alla Django Reinhardt. La suona, quest’ultima, il figlio trentunenne della Hardy e di Jacques Dutronc, Thomas (protagonista anche in fase di composizione e produzione), replicandone il timbro su “La folie ordinaire…”, uno dei pezzi più “francesi” del disco, memore di Brel e dei grandi chansonnier: curioso che a comporla con Françoise, autrice come sempre di quasi tutti i testi, sia il cantautore inglese Ben Cristophers, epigono di quel filone post-folk malinconico che non poco deve a Nick Drake. Un altro nome importante e ricorrente, nell’economia del disco, è quello del già citato Lubrano: a lui si devono i colori pastello di “Jardinier bénévole” e “Côté jardin, côté cour”, belle e umbratili, e l’intero accompagnamento strumentale di “Sur quel volcan?” (tastiere, chitarra e programmazione), eterea ballata dalla cifra minimalista. Le pennellate (moderatamente) moderniste arrivano soprattutto dall’italiano cosmopolita Marco Sabiu, uno dei Rapino Bros., che con l’irlandese Perry Blake firma due atmosferici slow tempo cantati in inglese: in “Moments” salgono alla ribalta il violino struggente di Luca Marziali e la tromba di Enrico Farnedi, mentre “So many things” fa venire in mente Beth Gibbons, i Portishead e spettrali scenari urbani. C’è voglia di douce France, in giro, se il successo discografico di Carla Bruni è un indizio. Donna Françoise può sfoggiare le fascinose rughe del tempo che passa e storie ben più intriganti da raccontare.
(Alfredo Marziano)
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