«PEARL DAYS - Elisa» la recensione di Rockol

Elisa - PEARL DAYS - la recensione

Recensione del 17 nov 2004 a cura di Giulio Nannini

La recensione

In “Lotus” si era dedicata al lato intimo della sua musica. Ora Elisa Toffoli ha deciso di mostrare l’altra faccia della medaglia, ossia la vena rock e più irruenta. Quasi un ritorno alle origini, alle vincenti melodie di “Sleeping in your hand” e “Labyrinth”. Registrato a Los Angeles sotto la produzione di Glen Ballard (al fianco di Alanis Morissette in “Jagged little pill”, oltre che di No Doubt, Anastacia e Dave Matthews Band), “Pearl days” è squisitamente speculare rispetto alle atmosfere acustiche e rarefatte di “Lotus”.
La prima considerazione da fare è legata alla produzione: estremamente curata, attenta alla “pulizia” del sound, radio friendly senza eccessiva ostentazione. Sono tutti pregi. E fanno sperare che il progetto possa essere esportato. Si parte con il tormentone di “Together”, riff di chitarra un po’ ruffiano ma riconoscibile, candidato a bissare il successo di “Broken”. “Bitter words”, “Written in your eyes” e “In the green” rischiano di suonare morissettiane, sia nella scelta dei controcanti che nello sviluppo armonico e melodico. La title-track è una ballata che cresce ad ogni ascolto, e si dispiega nel finale in un canto disteso, quasi un mantra. “Joy” è il brano più inquieto, teso e nervoso, mentre “I know” è uno swing dall’inciso soul. “The waves” vola su toni sopranili, confermando come la voce della cantante di Monfalcone possa coprire una vasta gamma di colori e timbriche. Lo stile di Elisa diventa più personale nella conclusiva “Life goes on” (testo sul confronto generazionale nonni-genitori-figli), in cui dominano aperture armoniche ben calibrate all’interno di un arrangiamento che combina vivacità elettrica e una morbida sezione d’archi.
I musicisti che suonano nel disco non sono i soliti che da anni accompagnano Elisa. Collaboratori di Ballard, fra gli altri sono stati chiamati il batterista Matt Chamberlain (fra le sue collaborazioni ricordiamo quelle con Tori Amos e Macy Gray) e il chitarrista Tim Pierce (con Phil Collins, Jon Bon Jovi e Rod Stewart). E tutto ciò si riflette nel sound. Una considerazione di merito va alla confezione del disco: a comporre il booklet è un puzzle di cartoline con fotografie di Elisa (fronte) e testi in inglese e tradotti (retro); in più un bonus-DVD contenente il "making of" dell’album.
Finito di ascoltare un nuovo lavoro di Elisa, ci si sofferma a riflettere sulla scelta di continuare con il cantato in inglese, soprattutto davanti alla resa che hanno avuto “Luce” e la rilettura di “Almeno tu nell’universo”. Non è snobbismo, e forse nemmeno ambizione di conquistare i mercati esteri. A lei viene da scrivere così… Perché snaturarla?

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