«NO ROOTS - Faithless» la recensione di Rockol

Faithless - NO ROOTS - la recensione

Recensione del 05 lug 2004 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

E’ tradizione consolidata che la musica dance venga snobbata da chi ascolta rock. Quasi una sorta di rivincita: i rockettari si rifanno dello snobismo da sempre che subiscono dalla cultura “alta”, disconoscendo a loro volta la dance come musica priva di forma e contenuti. Ovvero le stesse critiche che da sempre vengono rivolte al rock dai fautori della musica colta.
Pochi gruppi sono riusciti a rompere questa cortina di diffidenza tra dance e rock e a far entrare poco per volta l’elettronica nell’ "olimpo" della musica popolare. I Prodigy di qualche anno fa (decisamente rock come atteggiamento), gli Underworld, i Chemical Brothers, i Massive Attack. E poi ci sono i Faithless, che del gruppo sono forse i meno considerati, ma non sono di certo meno importanti.
Pochi come la band di Maxi Jazz, Sister Bliss e Rollo Armstrong sono riusciti non rinnegare le loro radici dance fondendole con melodia pop e strumenti “veri”. Non è un caso che dalle file dei Faithless sia uscita Dido (sorella di Rollo), che ha costruito un successo milionario sulla contaminazione tra elettronica e pop, puntando decisamente più su quest’ultimo.
“No roots” è la conferma della grandezza dei Faithless. E’ un disco di canzoni, il che metterà a tacere chi si lamenta che nella dance le canzoni non ci sono. Ma è un disco ipnotico come solo la dance migliore sa esserlo.
Come spiega nelle note di copertina Rollo, questo disco ha due novità. La prima è il “concept”: i brani sono stati scritti tutti nella stessa chiave, quella di Do. La seconda è la presenza di LSK, vocalist la cui presenza, unita alla voce più suggestiva ma secca di Maxi Jazz, rende più melodico il disco. Che, alla fine, è sostanzialmente diviso in una prima parte più “pop” e una più dance, la seconda. Spiccano nel mezzo il singolo “Mass destruction” (bellissimo il testo di Maxi Jazz, che parla di paura e disinformazione come mezzi di distruzione di massa) e “Miss u less, see u more”, forse la miglior sintesi tra le diverse anime del disco. Poi c’è la title track, con Dido, che non ha mai mancato di “tornare a casa” anche dopo il successo.
“No roots” forse farà storcere il naso ai puristi più intransigenti della dance, che ogni tanto cercando di ricambiare lo snobismo del rock con altro snobismo. Ma, al di là di tutto, rimane la prova che i Faithless sono un gruppo nettamente sopra la media. Se poi vi capita di vederli dal vivo, correte, perché sono più tosti di molti presunti rockettari in circolazione…

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