«THE CURE - Cure» la recensione di Rockol

Cure - THE CURE - la recensione

Recensione del 01 lug 2004 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

A pensarci, non poteva andare diversamente: un gruppo che ha fatto della cupezza e della decadenza la sua immagine e la sua fortuna è rimasto invischiato in una storia di presunti abbandoni e scioglimenti, per poi risorgere dalle proprie ceneri come una fenice. Insomma, una storia “dark”, ma con il lieto fine.
Sono quattro anni (da "Bloodflowers" del 2000) che i Cure non pubblicano dischi nuovi. Nel frattempo, un “Greatest hits”, un concerto celebrativo pubblicato in DVD (quello della trilogia “Pornography”, “Disintegration” e “Bloodflowers” suonata per intero), un box-set, "Join the dots". E dichiarazioni di perdita di ispirazione, di voglia di lasciare la scena. Fino all’incontro, quello con la “I” maiuscola, che cambia il finale (provvisorio) della storia. Insomma, il deus ex-machina di una tragedia greca modernizzata da atmosfere gotiche: Ross Robinson, che produce il nuovo album, e lo pubblica sulla sua etichetta I Am (via Universal). E soprattutto dà una rispolverata al suono della band, rinvigorendolo. Perché l’accoppiata tra uno che ha prodotto Slipknot e Korn e un altro che si crogiola nella malinconia, funziona. Può sembrare strana, ma eccome se funziona.
“The Cure”, alla fine, rischia di essere il miglior disco della band di Robert Smith da “Disintegration” in poi. Decisamente meglio di “Bloodflowers”, presentato come il seguito di quest’ultimo, ma che poi si perdeva in un suono non sempre a fuoco e nella prolissità, da sempre uno dei rischi maggiori dei Cure.
Invece, qua ogni cosa è al suo posto. Canzoni brevi e secche (a parte “The promise”, oltre 10 minuti). E, soprattutto, chitarre elettriche ed energetiche (come in “Never” o “Before three”), ma a supporto di un suono fortemente ritmico (ottime le parti di batteria e soprattutto di basso, opera del sempre grande Simon Gallup che suona a metà tra il punk e la “new wave”), che a sua volta sostiene la voce bella e particolare di Smith.
Detto questo, Robinson non ha di certo trasformato i Cure in una heavy metal band. Sentitevi l’apertura ipnotica di “Lost” o la chiusura altrettanto psichedelica di “The promise” per convincervene. Però nel mezzo ci stanno canzoni come “alt.end” o "(I don’t know what’s going) on…”, che spaziano dal pop-rock al rock puro e semplice.
Certo, se i Cure non vi sono mai piaciuti, questo disco non cambierà la vostra prospettiva. E’ però un gran bel ritorno, dopo un periodo di incertezza. La storia continua…

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