«FLY OR DIE - N.E.R.D.» la recensione di Rockol

N.E.R.D. - FLY OR DIE - la recensione

Recensione del 07 apr 2004 a cura di Giuseppe Fabris

La recensione

Prima di valutare il secondo lavoro dei N.E.R.D. è necessario innanzitutto chiarire un punto fondamentale. Pharrel Williams e Chad Hugo sono dei bravi produttori, ma forse non così rivoluzionari come qualcuno sostiene. Il merito che a loro va attribuito sta soprattutto nell’aver riscoperto un certo modo di suonare da tempo dimenticato dal pop di massa. “Fly or die”, da questo punto di vista, mette in chiaro i piani del combo di produttori più elogiati e richiesti tra le star statunitensi.
Dopo un esordio, “In search of…”, in cui i due miscelavano il loro amore per il rock con le radici black e hip hop alla ricerca di uno stile, e dopo essersi affermati sulla scena grazie al lavoro fatto con il loro cantante-feticcio Justin Timberlake, Williams e Hugo sono tornati in studio con l’amico Shay per registrare il disco che li ha confermati come le menti più fresche e geniali del pop-rock contemporaneo. E va sottolineato pop-rock, perché, nonostante le canzoni siano zeppe di riferimenti alla cultura musicale black, i N.E.R.D. sembrano spesso dimenticarsi delle loro radici per tramutarsi in una indie-rock band.
Punto focale del disco è la cura certosina per la registrazione dei suoni della loro band, gli eccellenti Spymob, in particolare della batteria, vero motore e colonna portante di ogni loro canzone. Un particolare che già traspariva nelle recenti produzioni firmate Neptunes (vedi Timberlake, No Doubt e Kelis). Un vero scarto laterale se si pensa che, prima che star del calibro di Britney Spears richiedessero le cure di Williams e Hugo, il produttore più richiesto sulla piazza era quel Rodney Jerkins distillatore di ossessionanti micro-beat che spesso andavano a discapito dell’impianto melodico delle canzoni (vedi ad esempio l’ultimo album di Michael Jackson).
I N.E.R.D. sono quindi i fautori più autorevoli di un ritorno allo strumento suonato e registrato con dovizia, che si affianca ad una forte passione per le sonorità pop-rock e alla ricerca di strutture minimali e non iperprodotte. Un chiaro esempio del loro stile è proprio il singolo, ora in heavy rotation, “She wants to move”: una parte di batteria potente e accattivante e una chitarra rock a sostenere il tutto, con contorno di immaginario black fatto di voci ansimanti, gridolini e donne bellissime (nel caso del video). Ma gli esempi da citare sono numerosi: si ascolti “Drill sergeant”, un gioiello di indie rock che avrebbero potuto firmare i Weezer, la delicata melodia di “Wonderful place” e la quasi jazzata “Maybe”. Al versante rap i N.E.R.D. concedono un classico condito di “Yo!” come “Thrasher” e poco altro.
Forse quella di Pharrell Williams, Chad Hugo e Shay non è una rivoluzione, ma è comunque una corroborante boccata d’aria fresca, dietro la quale si cela un amore per la tradizione e per quella melodia spesso nascosta da iperproduzioni invadenti e pesanti.
“Fly or die” , alla fine, è soprattutto un’ottima e piacevole enciclopedia del pop e del rock contemporaneo.

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