«GROWN BACKWARDS - David Byrne» la recensione di Rockol

David Byrne - GROWN BACKWARDS - la recensione

Recensione del 12 mar 2004

La recensione

Come la Joni Mitchell degli ultimi dischi orchestrali, come il Costello di “North” e il Joe Jackson di Night and day II”, Byrne è arrivato ad un bivio. Gli uomini del marketing la chiamano “crossover”, questa attitudine, propria di artisti maturi e che molto hanno già dato, a calpestare terreni dai confini mobili e incerti tra canzonetta pop, musica d’autore, classica, jazz, tradizione e sperimentazione. Dal punto di vista dell’artista, sarebbe forse più corretto parlare di libertà creativa e desiderio di sfuggire alla routine. Byrne, come la Mitchell, Costello e Joe Jackson, come Van Morrison e come Randy Newman (non a caso, nuovo compagno di scuderia all’etichetta Nonesuch), si trova oggi nella posizione invidiabile di poter assumere un atteggiamento di sereno distacco rispetto ai “target” di vendita, alle pressioni discografiche e mediatiche, alla catena di montaggio dei singoli e dei videoclip. Ed è diventato di conseguenza ancora più curioso e coraggioso che in passato (anche se fegato e visionarietà non gli sono mai mancati: vi siete accorti quanto sono ancora avanti, oggi, dischi come “Fear of music”, “Remain in light” e “My life in the bush of ghosts”?). Tanto da farsi affascinare anche lui (come i citati Jackson e Costello) dal pop da camera, intellettuale e leggero, e persino dall’opera. Qui, come già saprà chi ha letto notizie e interviste che hanno preceduto la pubblicazione dell’album e la nuova tornata di concerti, si esibisce persino (in italiano un po’ incerto, bisogna dire) sull’aria di “Un dì felice, eterea” dalla “Traviata” verdiana e, in compagnia del giovane ed elegante Rufus Wainwright, in un frammento da “Il pescatore di perle” di Bizet (“Au fond du temple saint”). Cose da far inorridire i puristi, sicuramente: ma con quella vocina sottile e nervosa che si ritrova lo scozzese di New York ha quanto meno il pregio di compensare alle carenze tecniche con un soffio di vibrante umanità e di sincero entusiasmo. Lui, del resto, rimane un manipolatore, più che un creatore, di suoni. E stavolta punta molto sulla melodia, più che sul ritmo: per risentire i familiari, sincopati singhiozzi funk alla Talking Heads bisogna scorrere metà della scaletta e sintonizzarsi sulle prime battute di “Dialog box”. E’ invece un tono quieto e riflessivo, un’atmosfera di rilassata “domesticità” a pervadere buona parte dell’album. Qualcuno ha parlato di ritorno alle radici: ma le nevrosi metropolitane, i sudori freddi e il moto perpetuo delle Teste Parlanti sembrano molto, molto distanti. Ritmi e poliritmi, attorno a cui Byrne ha costruito il suo intero edificio musicale, ci sono, ma restano spesso sottotraccia, così come le inquietudini tipiche del personaggio: e sono gli archi agili dei Tosca Strings (già presenti sul precedente “Look into the eyeball”) a guadagnarsi spesso il primo piano, e a tessere trame delicate con congas e marimbas, percussioni caraibiche e brasiliane (“Glass, concrete, stone”, The other side of this life”, la bossa nova lieve di “Tiny apocalypse”, una “Pirates” dal bell’andamento mosso). Il corredo strumentale include anche arpe e fisarmoniche (“Civilization”, dove Byrne torna al tema a lui caro del conflitto interiore tra spontaneità animalesca e regole di comportamento sociale; la cover di “The man who loved beer” dei Lambchop, che è una delle cose più belle del disco), ottoni maestosi e militareschi da colonna sonora (“Empire”, meditazione sulla politica estera degli Stati Uniti), chitarre tremule e languorose in stile exotica o “space music” in “Why”, “Astronaut” e in una divertente “She only sleeps”, dove l’autore si ritaglia con buon effetto il ruolo dell’amante ingenuo di una ragazza decisamente esuberante, contento di quel che ha: tema simile a quello di “Glad”, canzone da operetta e buona metafora del suo modo apparentemente naif di giocare con la musica.
Ad ascoltarlo bene, è il Byrne di sempre, istintivo e razionale, homo tecnologicus (tutti i suoni del disco sono stati immagazzinati nella memoria elettronica di un iPod) e uomo rinascimentale, capace di eleganti squisitezze e di intuizioni geniali. Ma persiste un dubbio, ed è che un disco-divertissement dall’impronta così leggera sia difficile trattenerlo tra le mani e conservarlo a lungo nella memoria. Bisognerà aspettare, per avere la risposta. E magari non è neppure quel che lui si aspetta.

(Alfredo Marziano)
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