«START SOMETHING - Lostprophets» la recensione di Rockol

Lostprophets - START SOMETHING - la recensione

Recensione del 11 mar 2004

La recensione

Se il nu-metal è riuscito a intercettare le smanie ribelli degli adolescenti degli Stati Uniti, perché non tentare qualcosa di simile anche dall'altra parte dell'Atlantico? Probabilmente l'idea è balenata a molti discografici inglesi negli anni di vacche grasse per il genere. Tant'è che ai gallesi Lostprophets è bastato un demo (e l’appoggio dell’influente rivista Kerrang!) per rimediare un contratto, e diventare un mezzo caso con l'esordio "Thefakesoundofprogress". Le aspettative per questo secondo album sono dunque piuttosto alte, dati anche i risultati del singolo “Last train home”. E in effetti il potenziale commerciale del sestetto è alto: il gruppo suona duro ma ordinato, lascia spazio alla melodia e a canzoni con una struttura piuttosto elaborata. Più o meno, sono una specie di Incubus leggermente più selvatici. Se aggiungiamo che il cantante Ian Watkins grida ma mostra anche una certa fierezza “emo” e sostiene la forza positiva del rock come antidoto al grigiore quotidiano, ecco che aumentano le possibilità di trasformare i Lostprophets in soggetti da poster per giovani metallari. Peccato che per ora non mostrino qualità particolari per attirare anche chi non appartiene a questa categoria di pubblico. Si attengono diligentemente al copione, tentano di timidamente di aggiungere qualcosa (in "I don't know" si sentono echi dei Police, eroi dichiarati dei Lostprophets), hanno anche un’impennata di umorismo in “We are Godzilla, you are Japan” ma tutto si ferma lì. Può tranquillamente bastare per attirare gli entusiasti dei Linkin’ Park, ma resta una fastidiosa impressione di prodotto seriale, di riciclo calcolato, di replica un po’ sbiadita. Urge l’arrivo di un post-nu-metal o di qualcosa del genere che rimescoli le carte. Il gioco comincia a farsi noioso.

(Paolo Giovanazzi)
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