«BENEATH THIS GRUFF EXTERIOR - John Hiatt» la recensione di Rockol

John Hiatt - BENEATH THIS GRUFF EXTERIOR - la recensione

Recensione del 02 giu 2003 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Ci sono voci destinate a rimanere nell’ombra. Chiamateli “beautiful losers”, “outsider” o trovate loro qualche altra etichetta sterotipata, ma la sostanza non cambierà. Sono quelli che incidono i cosiddetti “dischi minori”, che si guadagnano la stima incondizionata dei colleghi, che (ogni tanto) fanno esaltare la critica e che (ancor meno spesso) azzeccano una canzone; hanno successo e luce per i proverbiali 15 minuti, ma poi tornano nell’ombra a fare il lavoro sporco.
John Hiatt è uno di questi. Le sue canzoni vengono costantemente riprese da colleghi illustri come Bonnie Raitt, Eric Clapton e B.B. King, Joe Cocker, Bill Frisell. E, giusto in questi giorni - e contemporaneamente a questo nuovo album - esce in America un disco tributo che raccoglie suoi brani reinterpretati da altri artisti (“It’ll come to you”, pubblicato dalla Vanguard). Eppure Hiatt è destinato a rimanere quello che è già, un nome di culto (altra possibile variante delle definizioni di inizio recensione…). E non sarà questo “Beneath this gruff exterior” a cambiare la sua sorte. Per la cronaca, questo nuovo album segue “The tiki bar is open” del 2001. In tutti i sensi: è inciso con la stessa band, i Goners (che per la prima volta sono co-intestatari del lavoro, pur avendo lavorato diverse volte con Hiatt), e continua sulla scia rock sporcato di blues, una scia rivitalizzata dal disco precedente, dopo la parentesi acustica di “Crossing muddy waters” del 2000.
Tanto per continuare con gli stereotipi (di cui ormai questa recensione è zeppa, per cui tanto vale…), “Beneath this gruff exterior” è un "disco onesto". Tutt’altro che brutto ma non bellissimo (non arriva ai massimi raggiunti da Hiatt con “Bring the family” o “Slow turning”). Ma comunque un bel lavoro, che gode di un grande suono chitarristico (opera del bluesman bianco Sonny Landreth) che smentisce il titolo di una canzone, che recita “sono quasi stanco del blues”. Già, quasi.
Brani più tirati si alternano a ballate e a mid tempo, come “Window on the world”, in un disco che scorre piacevole e che si rivolge ad un pubblico di nicchia: quello che già conosce e apprezza il genere. Personalmente preferiamo Hiatt nella sua veste più acustica e melodica – quella di “Crossing muddy waters” per intenderci – che qua ricorre solo occasionalmente, come in “Missing place”. Anche perché questa veste sembra quella che potenzialmente può far uscire Hiatt dall’ombra, dal culto, dalla zona degli outsider, etc... Ma questa è un’altra storia, o forse solo un altro stereotipo…

Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.