«YOU GOTTA GO THERE TO COME BACK - Stereophonics» la recensione di Rockol

Stereophonics - YOU GOTTA GO THERE TO COME BACK - la recensione

Recensione del 30 mag 2003 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

La parabola degli Stereophonics è contemporaneamente unica e già vista. Così come questo loro quarto album di studio, riassume pregi e difetti del fare rock in terra inglese. Ovvero: si parte – spesso in sordina- con canzoni molto, ma molto radicate nelle tradizioni del rock in inglese. Si viene adottati dalla stampa, si iniziano a vendere milioni di copie. Si diventa delle star, e la stampa che ti ha portato alle stelle cerca di tirati giù nelle stalle, prendendoti di mira come carne da macello per le rubriche di gossip. E, quasi inevitabilmente, si inizia a guardare verso la musica americana come una sorta di rifugio, una via d'uscita da questo meccanismo distorto.
A grandi linee, tutto questo è successo agli Oasis, che si sono musicalmente americanizzati strada facendo, senza mai sfondare oltreoceano, dove speravano forse di fuggire. E, più in piccolo sta succedendo anche al gruppo gallese. Che già dava segni di irrequietezza ai tempi del precedente disco (ve la ricordate “Mr. Writer”, dedicata ai giornalisti bugiardi?). E ora, pubblica l’album più eterogeneo e “americano”. Sentite le chitarre acide e la voce roca dell’iniziale “Help me (She’s out of her mind)” o di “Madame Helga”: non potranno non venirvi in mente i Black Crowes. Che a loro volta – come ci ha fatto notare lo stesso Kelly Jones nella nostra intervista che presto pubblicheremo – si rifanno a rocker inglesi come gli Stones e Faces: il cerchio si chiude. Ma non è solo a questa musica americana che gli Stereophonics si rifanno: c’è la canzone souleggiante (“Jealousy”) o il pop californiano e bacharachiano ( “Climbing the walls”). Ovvio, l’America degli Sterophonics è quella che ci immaginiamo noi europei, e queste scelte musicali non garantiscono certo il successo nella terra madre del rock, anzi.
Ma sicuramente quello degli Stereophonics è un tentativo preciso e netto di svincolarsi da quei lacci e lacciuoli che spesso frenano la crescita di un gruppo. Tradotto in parole semplici: gli Stereophonics cercano di cambiare, e soprattutto di non sembrare troppo inglesi. Non sempre ci riescono, per la verità: in “Getaway” fanno il verso a se stessi (a “Have a nice day”, per la precisione). E, nel complesso, ogni tanto si fanno prendere un po’ la mano: il leader – factotum Kelly Jones (che adesso è pure produttore unico del disco) è bravo e, come capita a molti inglesi, sa di esserlo e non ne fa mistero. Così le sue canzoni in certi passaggi suonano un po’ compiaciute di questa bravura.
Detto questo, “You gotta go there to come back” è sicuramente un buon disco, l’opera di una band dalle capacità sopra la media (inglese). Forse manca loro ancora qualcosa per diventare davvero grandi, ma non è detto che questo sia il loro obbiettivo, o che questo sia ciò che viene chiesto dai loro ascoltatori.

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