ARBEIT MACHT FREI

EMI (CD)

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di Ivano Rebustini

Durante l’estate, riscopriamo album classici della musica italiana, con recensioni dall’archivio di Rockol. 

 

“Pugni chiusi, non ho più speranza, in me c'è la notte più nera”. Sono trascorsi sei anni dal folgorante debutto di Demetrio Stratos nei Ribelli affrancatisi da Celentano e dal suo soffocante Clan (anche se il primo brano inciso con il gruppo era stato in realtà “Come Adriano”, sprecatissimi equilibrismi vocali in un motivetto senza pretese dedicato all’ingombrante datore di lavoro). Era il 1967, e quel ragazzone nato ad Alessandria d’Egitto si trovava in Italia da cinque anni per studiare architettura, architettura che progressivamente - in tutti i sensi, lo vedremo - avrebbe lasciato spazio alla musica, per fortuna nostra e sua. “Pugni chiusi, perduto per sempre, non ha più ragione la vita”… provate a immaginare il brano ruffianissimo e plagiarolo scritto da Ricky Gianco insieme al paroliere del Clan Luciano Beretta e al batterista ribelle Gianni Dall’Aglio, come colonna sonora di una inedita dissolvenza incrociata: partendo da Demetrio e gli altri Ribelli sulle copertine bitteggianti della loro abbondante produzione a 45 giri, si arriva - attraverso le concettose cover dell’International POPular group - a una delle immagini più conosciute degli Area, Demetrio e gli altri membri della band che levano al cielo i pugni chiusi, di nuovo loro, per salutare il pubblico e indicargli la strada della gioia e della rivoluzione.


A dire il vero, “Arbeit macht frei (Il lavoro rende liberi)” non può dirsi certo un disco solare e propositivo: se il buon giorno si vede dal titolo… E non scherza neanche la copertina, in puro stile Cramps, tra simil-burattini lucchettati e collage ideologici (falce e martello, la kefiah, l’angioletto) che neanche un Giovanni Muciaccia al quale sia schizzato di mano “Art attack”. Un marchio di fabbrica - forse qualcuno ricorderà - comparso per la prima volta sulla cover del disco prog dei Giganti “Terra in bocca”, nei cui credits rientrava come “circulating visitor”, con lo pseudonimo di battaglia Frankenstein, proprio il boss della Cramps Gianni Sassi, che con quel nick firma tutti i testi (densi ed estremi, mica c’è bisogno di essere espliciti alla 99 Posse) di questo album d’esordio degli Area (le musiche, dalla prima all’ultima nota, sono invece del pianista Patrizio Fariselli).
La band è ancora in divenire: oltre a Stratos (voce, e poi organo e still drums) e Fariselli (piano e piano elettrico) ci sono Victor Edouard Busnello alle ance, il futuro bassista della Pfm Yan Patrick Erard Djivas (pure al contrabbasso), il chitarrista ex Califfi Paolo Tofani (alle prese anche con l’allora irrinunciabile VCS 3) e il percussionista Giulio Capiozzo, morto nel 2000. L’anno seguente Busnello e Djivas abbandonano ed entra il solo Ares Tavolazzi: quella che ne deriva sarà la formazione più apprezzata, osannata e riconosciuta degli Area.
Aperto da una pericolosissima voce recitante in arabo (“registrazione pirata in un museo del Cairo”, ci informano le note di copertina), “Arbeit macht frei” rompe gli indugi e le abitudini, mescola in un calderone che poi fa girare tipo una trottola - sei brani, ma potremmo vedere il tutto come una suite, caotica solo in apparenza - sonorità rock, tentazioni progressive e modi jazz (a costo di passare per eretici, non troppo lontano in qualche spunto da certi esperimenti crimsoniani, o forse meglio frippiani, o magari anche tippettiani, là però tanto cervello, qui quanto sangue), folkore (oggi si direbbe musica etnica) e pure qualche eco di Battiato e dei suoi maestri, e poi le aspirazioni “contemporanee”, le stesse che porteranno Demetrio ad abbandonare la band al suo anche tragico destino nel 1979, l’anno della morte.
Stratos, già: lasciamo stare quanto fosse grande e unico, dal momento che lo sappiamo tutti (e chi non lo sapesse, si faccia un esame di coscienza); diciamo semmai che è tanto grande e unico da non strangolare sul nascere questa creatura - sarebbe stato facilissimo -, che ora è cantante ora è strumento, e a proposito di strumenti, menzione speciale per i fiati di Busnello e l’incessante lavorio chitarristico di Tofani, che ritroveremo insieme a Claudio Rocchi nell’80 nel disco “Un gusto superiore”, ispirato alla filosofia Hare Krishna.
Attenzione, adesso, perché il finale di questa recensione è artigianalmente interattivo: all’indirizzo http://www.fariselliproject.com/cherno.html, l’ex pianista del gruppo mette a disposizione l’emmepitré di “Sedimentazioni”. Sono un minuto e 38 secondi di principi attivi, una sorta di “Koyaanisqatsi” sonoro grazie al quale, esagera Fariselli, “chi ha fretta di conoscere anche il passato repertorio degli Area potrà (come in un corso accelerato) ascoltare tutto quanto il gruppo ha inciso dagli esordi a ‘Chernobyl 7991’, l’ultimo disco”. Modo migliore per chiudere il cerchio non ci potrebbe essere; da un palcoscenico fuori dal tempo arriva la voce di Demetrio: Ladies and Gentlemen… tenetevi forte, si parte per il Sogno.