«SMILE - Lyle Lovett» la recensione di Rockol

Lyle Lovett - SMILE - la recensione

Recensione del 28 mar 2003

La recensione

Hollywood ama Lyle Lovett. La sua faccia, per cominciare, è un bel biglietto da visita: un viso allungato, buffo e sghimbescio incorniciato da un’espressione lunare che sembra uscire dalla matita di un cartoonist o dal pennello di Magritte. Non c’è da stupirsi che registi di fama mondiale (Robert Altman su tutti) se ne siano accorti e ne abbiano fatto buon uso nelle loro pellicole. Lui ricambia frequentando l’ambiente (il matrimonio-lampo con la superdiva Julia Roberts) e mettendo al servizio della fabbrica dei sogni le sue musiche: che i cineasti adorano, per quel sapore al tempo stesso rustico ed elegante, adatto ad esplorazioni nostalgiche del passato come alla descrizione di ambienti genuinamente americani (e soprattutto “sudisti”). Lovett, del resto, ha in repertorio un’intera gamma di sfumature: maneggia con familiarità la musica delle radici, è “cool”, ha humour e stile, e un indefinibile, irresistibile tocco surreale da Jacques Tati o Buster Keaton del rock. Per questo è difficile resistergli. Prendete questo disco: una raccolta di canzoni da film, come spiega il sottotitolo, distribuite in un arco temporale che va dal ’94 al 2002. Non ci trovate nulla di nuovo, se seguite da tempo le mosse dell’allampanato texano: c’è (poca, in verità) la musica cantautorale di ispirazione country & western con cui ha fatto i primi passi; c’è (molto) il jazz felpato da ore piccole che ha iniziato a frequentare ai tempi del terzo album (il primo in compagnia di una “large band”); c’è, infine, il gospel celebrato da “Joshua judges Ruth” in poi. Eppure, ascoltarlo è ogni volta un incanto. Anche quando si tratta di un’antologia, e non di un nuovo progetto compiuto. C’è il vantaggio, per noi europei, che molti dei film qui citati, e le corrispondenti selezioni musicali, hanno avuto poca risonanza da queste parti, nonostante le firme illustri di gente come Lawrence Kasdan, Garry Marshall, Forest Whitaker e Sam Raimi (le eccezioni sono il cartone animato “Toy story” e il “Quiz show” di Robert Redford). E c’è il fatto che autori e musiche scelti per le soundtrack appartengono tutti o quasi al ceppo più nobile della canzone popolare: Irving Berlin, Chaplin, Ray Charles, Bacharach, Nat King Cole, Brecht e Weill.
La fa da padrone, dicevamo, il jazz sofisticato e “leggero” degli anni ’40 e ’50: pensate all’ultima prova di Rod Stewart, e coglierete subito la differenza. Là esercizio di stile, entertainment di lusso, consumata esperienza ma poca anima. Qui linguaggio vivo e sciolto, con quel tocco impareggiabile di leggerezza che Lovett sa regalare ad ogni sua interpretazione. Lovett è un maestro del contrasto cromatico e della nuance: “Smile”, l’inno alla vita cantato da Charlie Chaplin (e recentemente ripreso anche da Elvis Costello) diventa nelle sue mani una torch song deflagrante nella sua fragilità. Laddove Costello si concentra sull’orchestrazione, lui lavora come sempre di sottrazione, e la rarefazione del suono contribuisce ad amplificare lo struggimento: come si fa a non commuoversi?
Lyle sparge un pizzico del suo spleen anche su movimentate partiture come “Straighten up and fly right” (Nat King Cole) e “Summer wind”, assistito alla perfezione dal pianoforte di Matt Rollings e da batteristi come Shawn Pelton, Kenny Malone e Russ Kunkel. E nelle sue corde vocali si sgrana e si diluisce anche la “What’d I say” di Ray Charles, che pure conserva tutta la sua primigenia pulsazione R&B. E’ uno dei momenti “up” del disco, che propone anche duetti ben riusciti: con Keb’ Mo’ (“Till it shines” è una tersa ballata rock in puro stile Bob Seger) e soprattutto con Randy Newman, artista con cui il texano condivide l’amore per la tradizione e un romanticismo che l’ironia distaccata non riesce a mascherare; in “You’ve got a friend in me” (da “Toy story”) i due giocano come due gatti sornioni, ed è un piacere per le orecchie. “Pass me not” e “I’m a soldier in the army of the Lord” tornano invece a celebrare la messa gospel, con le voci nere di Sweet Pea Atkinson, Willie Green Jr. e dei coristi di George Duke a fare da esplosivo controcanto in una perfetta mistura di fuoco e ghiaccio. Il resto lo fanno grandi strumentisti come Plas Johnson (sax), John Tropea (chitarra) e Mark Isham, conduttore musicale di una versione swingata di “Moritat (Mack the knife)”. Tutti impeccabili e fedeli alla consegna dell’understatement musicale che è la cifra stilistica di Lovett. E che non gli impedisce (anzi) di colpire dritto al cuore.

(Alfredo Marziano)
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