«RADICI - Francesco Guccini» la recensione di Rockol

Francesco Guccini - RADICI - la recensione

Recensione del 09 ago 2018 a cura di Ivano Rebustini

La recensione

Durante l’estate, riscopriamo album classici della musica italiana, con recensioni dall’archivio di Rockol. 

Ogni epoca ha i treni (e i macchinisti) che si merita, ma chissà mai cosa sarebbe successo, se incontro agli specialissimi “merci” faticosamente impegnati nel tentativo di far giungere a destinazione armi e blindati Usa si fosse mosso Rigosi Pietro di anni 28, fuochista (dicono anarchico) delle Strade Ferrate Meridionali - Rete Adriatica, matricola 42918: avete presente la modesta 3451 “come una cosa viva, lanciata a bomba contro l’ingiustizia”? Accadde cent’anni fa, mese più, mese meno, l’episodio narrato da Francesco Guccini nella sua ormai immortale “Locomotiva”, tra i pezzi forti di questo suo quarto album del 1972, “Radici”: con un altro po’ d’immaginazione, dote che sicuramente non gli difetta, il Guccio - è un suggerimento gratis - potrebbe provare a raccontarci l’attualissima disperazione di qualche altro “pazzo lanciato contro al treno” in sella a una “Locomotiva 2003”.

Chi vivrà ascolterà, nel frattempo accontentiamoci di questa interminabile canzone che non stonerebbe, anzi, nel “Fischio del vapore” di De Gregori-Marini, dove potrebbe tenere compagnia ai “Treni per Reggio Calabria” e all’”Abbigliamento del fuochista”. Ma “Radici”, naturalmente, non è solo “rabbia antica” e “muscoli d’acciaio”, è un percorso guidato al mondo gucciniano come e forse meglio di itinerari più frequentati e frequentabili: il disco d’esordio “Folk beat N. 1”, del ’67, che sembra un “Best of” anche se è solo il primo della serie; “Due anni dopo”, che nel ’70 rompe il primo, lungo silenzio; la stessa “Isola non trovata” sulla cui rotta Francesco si sarebbe messo dodici mesi più tardi, e - via via - le “Stanze di vita quotidiana” o l’altro, domestico “Via Paolo Fabbri 43”.
Che cos’offre di più e di meglio “Radici”? Forse il fatto d’essere un lavoro di Guccini su Guccini, la possibilità di curiosare nell’armadio dei sogni e dei ricordi, mettendoci a disposizione fin dalla copertina la foto di famiglia del bisnonno che gli ha dato il nome (e sul retro, ma non cercatela nel booklet del cd, un’austera immagine della sua, di famiglia, con la prima moglie Roberta, il gatto e le piante in vaso).
Del resto, è nella “casa sui confini dei ricordi” che vanno ricercate le tue radici, “se vuoi capire l’anima che hai”. Ma che anima avrà mai, questo signore nato “sotto al sole caldo” d’un giorno di giugno del 1940, il 14 come Che Guevara, coincidenza della quale va sommessamente orgoglioso? Un’anima buona, ma non buonista, chiedere a musici falliti e teoreti, a Bertoncelli e ai preti presi di mira nel ’76 dalla celebre “Avvelenata”. In “Radici”, comunque, Guccini non le ha ancora così girate, se proprio con qualcuno se la deve prendere, ebbene, allora che sia Modena, la “piccola città”, il “bastardo posto” dove - di ritorno dall’Appennino pistoiese sul quale era sfollato a causa della guerra - alla fine degli anni Cinquanta comincerà a cantare, suonare e comporre canzoni insieme a Pier Farri (ancora suo “complice” in questo album) e allo scomparso Victor Sogliani in quello che sarebbe passato alla storia del pop italiano come il nucleo originario dell’Equipe 84.
Non si può certo dire un allegrone, il cantautore Guccini, ma forse è vero che l’unico cantautore allegro è il cantautore scemo; sa però sorridere e anche fragorosamente sganasciarsi, magari aiutato dal “fiasco”, e soprattutto ha scritto canzoni che - come il contenuto dei fiaschi - invecchiando acquistano nuovi profumi e diverso sapore. Saranno forse un po’ datate le tastiere elettroniche dispensate a piene mani nei solchi di queste “Radici”, e probabilmente moog e Guccini sono due strani compagni di viaggio; saranno elementari le armonie e un po’ ripetitive le melodie. Ma la “Canzone dei dodici mesi” è un almanacco eterno e possente, “Incontro” una canzone d’amore senza neanche il bisogno di nominarlo, “La canzone della bambina portoghese” un modo garbato di dare “scandalo”, “Il vecchio e il bambino” un ritratto di come e dove sta andando il mondo, più attuale ogni giorno che passa.
Quanto alla title track, “la casa è come un punto di memoria/le tue radici danno la saggezza/e proprio questa è forse la risposta/e provi un grande senso di dolcezza”. Buone “Radici” a tutti.

 

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