«TESTIFY - Phil Collins» la recensione di Rockol

Phil Collins - TESTIFY - la recensione

Recensione del 25 nov 2002

La recensione

È appena uscito dallo stu-stu-stu-studio il nono album solista di Phil Collins, ovvero colui che rappresenta il coté chic dei Genesis, l’uomo dalla faccia pulita che ama vivere in Svizzera, fare beneficenza (e subito dopo raccontarlo al mondo), essere a capo di big band e provare a suonare il jazz, farsi fotografare in maniera che non gli si veda la calvizie, tenere rari concerti a Ginevra o giù di lì.
Del resto lo si attendeva: da 6 anni Big Colly taceva, fatta eccezione per qualche colonna sonora e/o disco live. Al suo mantello già adorno di Oscar, Grammy, Golden Globe Phil desiderava aggiungere l’ennesimo gioiello, e “Testify” corrisponde più che degnamente alle aspettative: qui ci sono undici brani, non uno di più (di meno sarebbe stato scandaloso) graziosamente suonati, cantati, arrangiati. Qui tutto è etereo, soffuso, diffuso, nulla urlato, nulla esagerato. E molto poco è emozionante. Ma forse Phil Collins non cerca di emozionare: lui ama piuttosto intrattenere, oppure rilassare, e soprattutto non vuole disturbare. Così in “Testify” ottiene esattamente il risultato sperato: questo è un album di pop sofisticato&adulto, patinato quanto basta, glamorous ma non troppo, con qualche guizzo qua e là per non sembrare piatto, come nella brillante cover di “Can’t stop loving you” (ricordate Leo Sayer, 1978?), o come nella canzone che apre il disco, Wake up call”, che assieme a “Don’t get me started” ricorda i bei vecchi tempi (dei Genesis). “Testify” invece è una noia mortale e pressoché infinita, al che ci si chiede come mai Collins l’abbia scelta come portabandiera del disco.
Per quello che riguarda i temi, se non siete tipi troppo duri la maggior parte delle canzoni faranno al caso vostro, perché sono (è ovvio) ballate mooolto romantiche. In cui, bisogna dirlo, il Nostro interpreta con disinvoltura ora la parte del carnefice, ora quella della vittima, mostrando di conoscere (almeno) una regola fondamentale: in amore il passaggio di ruoli è continuo – anche nella vita vera.


(Paola Maraone)
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