«SHAMAN - Santana» la recensione di Rockol

Santana - SHAMAN - la recensione

Recensione del 12 nov 2002

La recensione

Lui resta uno tra i pochi chitarristi al mondo capace di farsi riconoscere nel giro di un paio di accordi. Sul fatto che Santana sia Santana non c’è dubbio, e perdonate il bisticcio, intendiamo dire (ovviamente) che davvero quest’uomo non ha eguali; che (verissimo) ha creato uno stile inconfondibile eccetera eccetera; che il suo “Supernatural” del ‘99 ha mostrato al mondo che il rock latino suonato alla chitarra non è morto, e anzi.
Tutto bene, dunque: il primo concetto è che Santana è un genio della musica e che arrivato abbondantemente alla mezza età “tiene botta” meglio e più di certi suoi colleghi più giovani, mostrando di avere ancora energie e creatività da vendere.
Il secondo concetto è che il genio in questione, lungi dall’essere geloso della propria arte, ama dividerla, parcelizzarla, frammentarla: e allora ecco, come e più che in “Supernatural”, piovere copiose le collaborazioni. Alcune delle quali sono convincenti, altre meno, altre decisamente improbabili: la sensazione è che Santana abbia voluto andare incontro a tutti per non scontentare nessuno, ma forse la sua musica non va bene proprio con tutte le altre, e questo qualcuno dovrebbe avere il coraggio di affermarlo prima o poi. Scendendo un po’ nel dettaglio, in questo disco entra un po’ di tutto, dal rock al jazz all’R&B, dalle percussioni africane ai ritmi cubani al soul alla dance, e la chitarra fluida di Santana se ne sta nel background ad amalgamare il tutto. A volte l’esperimento funziona: è il caso del singolo di lancio del disco, “The game of love”, con Michelle Branch che sembra perfettamente a suo agio nel clima pop anni Sessanta del pezzo. Poi ci sono interessanti duetti con Dido (“Feels like fire”), Macy Gray (“Amoré - sexo”), Ozomatli (“One of these days”), e fin qui tutto bene. Non convince, invece, “America” suonata con i P.O.D, né l’improbabile “Novus” con un Placido Domingo completamente slegato dal nostro mostro della chitarra. Persino Seal, in “You are my kind”, sembra un po’ messo lì per caso: come se gli strumenti fossero da una parte, e la voce dall’altra. Al punto che vien voglia di dire: taccia tutta questa gente, e suoni Santana da solo. Cosa che avviene in canzoni come “Adouma”, “Victory is won”, “Aye aye aye”, “Foo foo”, il cui allegro richiamo ritmato merita una menzione. Probabilmente non destinate a diventare hit radiofoniche, ma che potrebbero fare la felicità dei fan di Carlos.


(Paola Maraone)

TRACKLIST

01. Adouma
02. Nothing at all (featuring Musiq)
03. The game of love (featuring Michelle Branch)
04. You are my kind (featuring Seal)
05. Amore (Sexo) (featuring Macy Gray)
06. Foo Foo
08. America (featuring P.O.D.)
09. Sideways (featuring Citizen Cope)
10. Why don't you & I (featuring Chad Kroeger of Nickelback)
11. Feels like fire (featuring Dido)
14. Hoy es adios (featuring Alejandro Lerner)
15. One of these days (featuring Ozomatli)
16. Novus (featuring Placido Domingo)
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