«DON'T GIVE UP ON ME - Solomon Burke» la recensione di Rockol

Solomon Burke - DON'T GIVE UP ON ME - la recensione

Recensione del 23 ago 2002

La recensione

Dietro ogni successo artistico (perché è di questo che stiamo parlando) c’è sempre qualche “eroe non celebrato”, per dirla come piace agli americani. In questo caso, sono almeno due. Giù il cappello, dunque, a Andy Kaulkin, boss della indie Fat Possum, che ha avuto la benemerita idea di mettere in movimento il gotha del cantautorato pop-rock per restituire a re Solomon quel che è di Solomon: un repertorio, cioè, di nuovo all’altezza delle sue regali corde vocali. E con lui a Joe Henry, il cantautore-produttore che oltre a confezionare da sé dischi spesso squisiti (cfr. l’ultimo “Scar”) ha avuto l’accortezza, in questo caso, di lasciare il centro della scena al grande Chef, limitandosi a cucinargli un contorno, a volte persin troppo delicato, in salsa “deep soul”. Il gusto è quello dei bei tempi andati, come quando mr. Burke, prima delle sbornie disco e dei sermoni a tempo pieno, incideva a New York o a Muscle Shoals in compagnia di Jerry Wexler, Bert Berns o Tamiko Jones. Dunque: belle canzoni, voce smaltata a nuovo, gran temperamento. Arrangiamenti asciutti e senza fronzoli, suoni caldi e naturali dominati da chitarre spesso acustiche, da percussioni secche e dall’organo ecclesiastico di Rudy Copeland ad enfatizzare, mai a nascondere, il tono emotivo delle interpretazioni. Tutto qui (come se fosse poco). Come le ricette tradizionali di “soul food” in auge negli stati del Sud, l’effetto d’insieme dipende dalla qualità degli ingredienti di base: ed ascoltare Burke tuffarsi negli abissi del suo registro più grave per accarezzare rudemente “Flesh and blood”, un torrido, sensuale r&b da ore notturne cucito su misura dallo stesso Henry, non lascia dubbi sullo stato di grazia vocale del Nostro. L’amalgama è altrettanto riuscito quando al banchetto partecipano anche le vibranti voci gospel dei Blind Boys of Alabama (il pezzo è “None of us are free” e porta la firma di Cynthia Weil e Barry Mann, insieme a Brenda Russell: proprio loro, gli eroi del Brill Building e di “You’ve lost that lovin’ feeling”). Alla corte del King sono arrivati davvero in tanti: dal Dylan in blues di “Stepchild” (con una parsimoniosa chitarra pizzicata da Daniel Lanois) al Brian Wilson eterno fanciullino di “Soul searchin” (l’avremmo vista bene anche nelle mani dello Springsteen del periodo “The river”), fino ai signori Waits di “Diamond in your mind”, una di quelle deliziose filastrocche che sgrossate dal vocione mannaro del vecchio Tom svelano tutto il loro inarrivabile romanticismo. L’impronta di Van Morrison è inconfondibile nell’uptempo “Fast train” e nella ballata “Only a dream” (tutte e due contenute anche nel suo ultimo disco, “Down the road”), mentre altri seguaci del “vescovo del soul” si sono impegnati anche di più, scrivendogli per l’occasione canzoni nuove di zecca. Tra tutti un adorante Elvis Costello, che con la consorte Cait O’Riordan ha architettato per il gigantesco vocalist un’impalcatura sonora degna delle sue proporzioni: “The judgement” è un mini-musical di impianto teatrale che dà a Burke l’occasione di cimentarsi con scale e metriche a lui poco usuali (e il risultato è convincente). Il versatile Nick Lowe, che ultimamente non perde un colpo quando si tratta di rendere omaggio alla migliore musica americana (cfr. il tributo cajun “Evangeline made”) mette in disparte il suo aplomb britannico nella dolente e countreggiante “The other side of the coin”. Con Dan Penn, il più nero di sempre tra gli autori di pelle bianca, è un matrimonio nato in cielo prima ancora di celebrarsi: e la sua title track, che ruota intorno al tema abituale dell’implorazione amorosa, dà modo a Burke di toccare le sue corde più commoventi. Non c’è la nuova “The price”, né un’altra “Cry to me” in questo disco. Non nascono mica sugli alberi, pezzi come quelli: ma tra i coetanei e i nipotini di mr. Burke dischi così, oggi, non li fa nessuno.
(Alfredo Marziano)
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