«SIRENA - Cousteau» la recensione di Rockol

Cousteau - SIRENA - la recensione

Recensione del 06 giu 2002 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Maledetti tempi affamati, cantano i Cousteau. Ed hanno ragione: questi sono i giorni del “mordi e fuggi”, in cui tutto si consuma come in un fast food, musica compresa. E’ capitato pure a loro: i Cousteau hanno avuto successo in Italia anche grazie all’abbinamento di “Last good day of the year” ad uno spot. Ed è un paradosso, perché l’accoppiata musica/pubblicità è uno dei modi in cui i mass media producono il maggior numero di stelle cadenti, di quelle che nel firmamento del pop si vedono per un attimo e poi sono già scomparse.
I Cousteau sono diventati, a loro modo, delle piccole stelle, visibili ad occhio nudo ma soltanto in posti lontani dalla natia Inghilterra, dove rimangono una band “di culto”. Però sono tutt’altro che cadenti, come dimostra questo secondo album “Sirena”, che esce a neanche un anno di distanza dal successo del precedente “Cousteau” (che però era stato originariamente pubblicato per la prima volta nel 1999).
Insomma: per una volta la fortuna ha baciato non l’ultima pop star ci cui ci dimenticheremo presto, ma un gruppo solido e reale.
In fin dei conti, i Cousteau sono una band inattuale, passata all’attualità per uno strano scherzo del destino. Scrivono canzoni che si rifanno a modelli storicamente affermati nella musica pop e rock, ma dimenticati dalle radio e dai mass media: da Bacharach a Tom Waits, da Nick Cave allo swing degli anni ’50. Come in quel periodo storico, autore ed esecutore sono differenti. Nei Cousteau c’è qualcuno che scrive le canzoni (il tastierista Davey Ray Moor, che ovviamente suona anche) e qualcun altro che le canta (Liam McKahey, voce di quasi tutti i brani). E non c’è da stupirsi se “Nothing so bad” o “Peculiarly you” ricordano, con le dovute proporzioni, le ballate degli anni d’oro pre rock ‘n’ roll: l’interpretazione vocale di McKahey è classicissima; eppure sentire un po’ di bel canto in un epoca di urlatori non fa male. Certo, in questo disco c’è anche la ballatona bacharachiana alla “Last good day of the year”, si intitola appunto “(Damn these) Hungry times”, inizia con un assolo di tromba che sembra autocitare l’hit single; i Cousteau hanno avuto il buon gusto di non sceglierla come primo singolo. Hanno optato per la più energica “Talking to myself”, che in generale rappresenta meglio le atmosfere di questo disco: sempre fumose e un po’ languide, ma più curate negli arrangiamenti. Che erano già pregevoli all’esordio, ma che qua sono ancora più convincenti: mai una sbavatura, mai un suono fuori posto
In sostanza, “Sirena” è un disco di belle, tradizionali canzoni. Avrebbe potuto essere intitolato “l’arte perduta dello scrivere canzoni”, invece porta per titolo una parola italiana che, a dire di Moor (vedi l’intervista che abbiamo pubblicato in questi giorni), riassume la gratitudine per il nostro paese ma anche l’idea di “amore pericoloso” che è alla base della visione un po’ decadente del gruppo. Fatevi ammaliare dal canto…

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