«ELECTRIC LADYLAND - Jimi Hendrix» la recensione di Rockol

Dischi leggendari: riscopri 'Electric Ladyland' di Jimi Hendrix

Classici dell’estate: ogni giorno riscopri un disco leggendario, con le recensioni storiche di Rockol.

Recensione del 08 lug 2019

La recensione

di Claudio Buja

Il 1968 aveva già regalato il “White album” dei Beatles, "Beggar's banquet" dei Rolling Stones, "We're only in it for the money" di Zappa, giusto per darvi l'idea. E Jimi Hendrix aveva già sfornato "Axis: Bold as love" (con “Little wing”!). Ed ecco uscire "Electric Ladyland"... All'epoca si ascoltava quel doppio vinile in una sorta di vertiginoso, turbato stupore, che iniziava col tenere in mano l'oltraggiosa (e subito censurata) copertina con diciannove donne nude (e noi che all'epoca non se n'era vista ancora nemmeno una, di vere, intendo...); poi ci si interrogava su chi fosse il numero uno - Hendrix o Clapton? - poi finalmente si ascoltava la musica.
Che era dolce e violenta, insinuante, misteriosa, sperimentale e intinta in quello spirito di frontiera che accompagnava Hendrix nella vita personale come in quella professionale, e a noi sembrava di condividerlo, quello spirito, ci bastava ascoltare la sua chitarra.

Riascoltare "Electric Ladyland" a quasi trentacinque (!) anni dal suo concepimento, nella versione rimasterizzata, è un'esperienza che permette di trovare o ritrovare suoni mai percepiti o dimenticati come se il libro, una volta chiuso, avesse capricciosamente e magicamente cambiato qualche pagina.
Diciamo innanzitutto che Hendrix chiamava "electric ladies" le groupies; ecco allora il titolo assumere il significato di "paese della cuccagna", che è poi la perfetta rappresentazione del sognante, psichedelico mondo del rock così come noi, "ragazzi scimmia del rock", lo percepivamo nei Settanta.

La struttura dell'album, nel suo sviluppo di oltre 75 minuti, è eterogenea ma non molto complessa: le 16 tracce sono mediamente piuttosto corte, ad eccezione di “Voodoo chile”, una jam di quindici minuti di Hendrix con Steve Winwood, Jack Casady (dei Jefferson Airplane) e Mitch Mitchell, registrata live in studio, e dell'altrettanto lunga "1983" (titolo avveniristico, per l'epoca...) che ai primi ascolti mi parve noiosa e sfilacciata, e che oggi trovo affascinante quanto può esserlo un'ennesima visione di "Odissea nello spazio" (che, guarda caso, è proprio di quegli anni). Di tutto quanto il resto, a voler citare qualche titolo, si deve dire dell'allucinata “All along the watchtower”, che è con buona probabilità la miglior cover dylaniana di sempre; “Voodoo child (slight return)” sfoggia un riff di chitarra wah wah che sarebbe rimasto impresso sulla pelle di una generazione, come un indelebile trademark hendrixiano; e ancora, “Burning of the midnight lamp”, dove la chitarra distorta si accoppia ad un clavicembalo con un effetto sonoro che dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, quanto Jimi fosse diverso dalla schiera degli altri pur valorosi paladini del blues-rock. La rilettura di “Come on, part. 1” di Earl King, è fulminante, come la successiva “Gypsy eyes”; mentre a “Crosstown traffic” fu affidato il compito di epitomizzare l'album in formato di singolo (anzi di 45 giri), forse perché si tratta di uno dei più evidenti tentativi hendrixiani di scrivere in chiave pop.

Ma in definitiva è tutto l'album che toglie il fiato, a volerlo riascoltare per intero, per come rappresenta la musica di Hendrix a chiusura di quella trilogia (dopo "Are you experienced" e "Axis") cui non seguì più alcuna registrazione di studio, se non quelle pubblicate dopo la morte di Jimi.

Resta da dire di Hendrix produttore, un ruolo ricoperto con irruente creatività, con la furia impaziente di chi cerca strade e suoni nuovi: quei suoni "acquatici" oggi sembrano frutto di programmazioni - ma i computer erano di là da venire - e risultano tanto più efficaci se sposati ad una brutalità di editing che colloca l'incisione nel cuore della pionieristica età dell'oro del rock.

All'avvento dei CD l'album ebbe una prima edizione - su etichetta Polydor - in confezione doppia, con la "infamous" copertina originale censurata in USA, ma con una track-list arbitrariamente (e incomprensibilmente) alterata rispetto a quella originale.

L'edizione curata dalla "Experience hendrix" riporta ordine nella sequenza, e riproduce l'intero doppio album su un unico CD, con relativo risparmio per l'acquirente ma - la perfezione non è di questo mondo - con la copertina di ripiego, il primo piano "incendiato" di Hendrix, e belle foto di Linda Eastman McCartney nel libretto.

 

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