THE DARK SIDE OF THE MOON

Pink Floyd Music Ltd. (Digital Media)

di Franco Zanetti

Classici dell’estate: ogni giorno riscopri un disco leggendario, con le recensioni storiche di Rockol.

Quando ancora non si parlava di “home theatre”, quando gli album si ascoltavano con una fonovaligia o col giradischi di “Selezione”, quando c’erano ancora in circolazione le cartucce Stereo 8, uno dei regali più ambiti per il compleanno o la promozione era “lo stereo”; vale a dire un impianto per la riproduzione dei 33 giri in modalità stereofonica, cioè con due casse acustiche e la possibilità di bilanciare i suoni su due canali separati (adesso non stupisce nessuno, allora era quasi magia). Parliamo degli anni a cavallo fra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta: nelle camerette dei ragazzi cominciavano a comparire gli “impianti stereo”, composti da un amplificatore, un giradischi, due altoparlanti. Nient’altro: niente equalizzatori, niente registratore, niente sintonizzatore radio... Ebbene: a partire dal 1973, chiunque fosse l’orgoglioso proprietario di un impianto stereo era anche, nel 99 per cento dei casi, anche l’orgoglioso proprietario di “Dark side of the moon” dei Pink Floyd.

Non c’era negozio di Hi-Fi che non utilizzasse questo album come disco dimostrativo per far apprezzare le caratteristiche e le qualità delle apparecchiature in vendita. In ogni “saletta d’ascolto”, prima o poi risuonava lo squillo della sveglia che apre “Time”, secondo brano della facciata A, oppure si sentiva il tintinnio di monete dell’inizio di “Money”. Ogni raccolta di dischi esibiva la copertina di cartoncino nero con il prisma in cui entra un raggio di luce bianca che ne viene scomposto nei sette colori dell’arcobaleno. Poi, col tempo, la stessa popolarità dell’album ha fatto sì che esso venisse “dimenticato”: può sembrare un paradosso, ma “Dark side of the moon” è uno dei dischi più presenti nelle case ma anche uno dei meno ascoltati. Anch’io mi sono ritrovato, accingendomi a scriverne, a riascoltarlo per intero dopo tantissimo tempo, e me ne sono stupito: il CD dell’album è stato uno dei primi che ho comperato, quando ho cominciato a riconvertire parzialmente la mia collezione di vinile, ma sono quasi certo di non averlo mai usato (e sentito) fino ad ora.

Anche perché, col passare del tempo (e di tempo ne è passato: il disco è del 1973) il mio approccio nei confronti dei Pink Floyd è significativamente mutato: dopo averli scoperti con “Dark side”, dopo averli “digeriti” con “Wish you were here” (1975), dopo essere stato affascinato e coinvolto da “The wall” (1979), dopo averli messi da parte all’uscita di Roger Waters, sono andato a riscoprirne capisaldi come “Ummagumma” (1969), l’imprescindibile “Atom heart mother” (1970), il bellissimo “Meddle” e il fondamentale, psichedelico “The piper at the gates of dawn” (1967): unico album della discografia del gruppo al quale abbia ampiamente contribuito Syd Barrett, il “crazy diamond” la cui uscita dalla formazione ne ha forse influenzato l’evoluzione più ancora che se avesse continuato a farne parte.

Oggi credo di poter dire che “The dark side of the moon” è un album artisticamente sopravvalutato: non perché non sia ricco di idee, ma forse proprio perché queste idee sono presentate in così bella calligrafia da sfiorare il manierismo (vedi “Us and them”, in cui l’uso del delay - l’eco ritardata - sulla voce diventa alla lunga ripetitivo, perdendo di efficacia). Se quest’album è un capolavoro, dunque, non lo è per i Pink Floyd, ma per Alan Parsons: il tecnico del suono che ne ha curato la registrazione (e che poi, per proprio conto, ha anche avviato una carriera da musicista/produttore con l’Alan Parsons Set) in maniera impeccabile, sfruttando al meglio e con grande creatività le possibilità tecniche degli studi di Abbey Road.

Dei quattro Pink Floyd, quello che più lascia traccia di sé in “The dark side of the moon” è il chitarrista, David Gilmour; anche se l’unico brano che oggi mi ha fatto venire i brividi è “Brain damage”, non a caso scritto dal solo Roger Waters. “The lunatic is in my head”: il demente ce l’ho in testa, dice il testo a un certo punto, e non posso non pensare che il pazzo sia Syd (anche se la risata demente che risuona qua e là lungo il brano non è certo la sua), soprattutto perché il testo si chiude con questo agghiacciante epitaffio: “E se il gruppo in cui suoni comincia a suonare melodie diverse, ci rivedremo sul lato oscuro della luna”. E mentre chiudo questa recensione/rievocazione, mi sorprendo a chiedermi cosa potrebbe uscire, adesso, da una collaborazione “sul lato oscuro della luna” fra Roger Waters e Syd Barrett: le due anime di una band che oggi sembra, purtroppo, rimasta senz’anima.

TRACKLIST

01. Speak To Me - (01:05)
02. Breathe (In The Air) - (02:49)
03. On The Run - (03:45)
04. Time - (06:53)
05. The Great Gig In The Sky - (04:43)
06. Money - (06:22)
07. Us And Them - (07:49)
08. Any Colour You Like - (03:26)
09. Brain Damage - (03:46)
10. Eclipse - (02:10)