«IL LANCIATORE DI COLTELLI - Roberto Vecchioni» la recensione di Rockol

Roberto Vecchioni - IL LANCIATORE DI COLTELLI - la recensione

Recensione del 19 feb 2002

La recensione

Fa (sul serio) da ponte tra i ricordi del passato e i progetti per il futuro l’ennesimo disco del grande professore-poeta, «per certi versi», ha spiegato lui, «un pugno nello stomaco, perché ci sono due o tre canzoni in cui mi metto a nudo. E forse come me si sentiranno anche la gran parte delle persone che aspirano a un amore universale, espresso in tutte le sue forme possibili o immaginabili».
Già, perché Vecchioni, che si è definito a dispetto del titolo dell’album “più un pittore che un maestro d’armi”, in effetti in “Il lanciatore di coltelli” ha messo molto di sé. Troppo? Lui assicura di no, anche se qui dentro ci sono brani fortemente autobiografici, a partire dal singolo “Figlio, figlio, figlio”, dedicata al figlio di Vecchioni e a tutti i ragazzi della sua età, «ai loro dolori e alle nostre colpe… Ma senza moralizzare in alcun modo, perché la ragione non sta da una parte o dall'altra».
E’ un disco di riflessione, questo, che si sforza di affrontare con coerenza e un’onestà non comune microstorie dalla validità universale, questioni personalissime (“Viola d’inverno”, bella ballata sulla vita e sulla morte) come problemi di amplissima portata (“Shalom”, sulla pace, sulla guerra e su Dio), epopee e miti (“Storia e leggenda del lanciatore”) come favolette: alla fine dell’album spunta a sorpresa “Il mago di Oz”, filastrocca-scioglilingua dal ritmo serrato e dal testo impegnativo sulla fiaba della signorina Dorothy. Inserto improbabile e allo stesso tempo azzeccato, al punto che viene da chiedersi dove prenda (ancora) le sue idee il signor Vecchioni, che ha appena festeggiato i trent’anni di carriera e non accenna a interrompere la sua attività. A ragione: “Il lanciatore di coltelli” è un buon disco equilibrato, che ha tanto da dire e da insegnare a chi pretende di fare il maitre à penser e che magari la musica non l’ha nemmeno studiata. Mentre Vecchioni, oltre all’esperienza, ha dalla sua una grande capacità: quella di non sentire (quasi) mai l’esigenza di urlare. Lui le cose le dice piano, convinto com’è del fatto che arriveranno comunque a centrare l’obbiettivo. E quando sale su un palco e canta calmo, con la testa inclinata e lo sguardo un po’ obliquo un po’ distante, tu che lo guardi dal basso pensi: altro che professore, il suo mestiere è proprio questo.


(Paola Maraone)
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