«ORACLE - Kittie» la recensione di Rockol

Kittie - ORACLE - la recensione

Recensione del 02 feb 2002

La recensione

Sono sempre in molti a essere convinti che il metal, in special modo nelle forme più estreme, sia ancora una faccenda ad esclusivo appannaggio maschile. Non stupisce quindi il fatto che le Kittie, quartetto di metal girls canadese ora ridotto a trio dopo l’abbandono della chitarrista Fallon Bowman, siano state costantemente tenute sotto stretta osservazione fin dal loro debutto, avvenuto nel 1999 con l’album “Spit”. All’apparire del primo disco alcuni avevano addirittura avanzato la poco generosa ipotesi che si trattasse di un ben congegnato bluff – una sorta di Spice Girls dell’heavy metal – di un esperimento costruito ad arte in laboratorio (e successivamente in studio) dalle abili alchimie del produttore-stregone GGGarth Richardson. Anche chi aveva accolto il disco con entusiasmo aveva talvolta lasciato aleggiare il sospetto che fosse stato qualche turnista a trasfondere nei solchi di “Spit” un minimo di tecnica nell’uso degli strumenti, dote di cui le quattro teenager dovevano necessariamente – chissà poi in base a quale perversa convinzione – essere del tutto sprovviste. Preoccupazione inutile, visto che “Spit” poteva brillare per foga ed energia, ma di sicuro non per l’aspetta o tecnico.
Dal canto loro le ragazze si sono fatte beffe delle critiche e dopo aver dimostrato in estenuanti tour in giro per il mondo di essere quanto meno in grado di suonare decentemente il proprio strumento, hanno dato prova, con un misto di orgoglio e presunzione – oltre a un sano sentimento di rivalsa - di essere una vera band. Una band ostinata e caparbia, carica di convinzione e di determinazione. Il che non significa necessariamente essere una band dal talento mozzafiato. Se in “Spit” le Kittie erano apparse acerbe, in “Oracle”, il nuovo disco, le canadesi mettono a punto, in modo decisamente più organico e meno approssimativo, una mistura venefica di metal ad altissima densità, punteggiata da episodi pesantissimi che oscillano tra la potenza ritmica alla Slipknot, le sonorità oscure e cupissime del death e del goth, per arrivare fino ai Pantera. “Oracle” è infatti un disco di metal estremo, che possiede un “peso specifico” di gran lunga superiore se paragonato al precedente. In esso le caratteristiche più brutali e abrasive del trio sono state esasperate, quasi che un ulteriore indurimento sonoro potesse mettere a tacere, come una bordata sonica dritta alla nuca, chi ancora si ostina a non prendere sul serio la band. Nella maggior parte dei casi i pezzi, ad eccezione della conclusiva “Pink lemonade”, dall’incedere lento e narcotizzante - troppo monotono e incolore se rapportato alla lunghezza del pezzo – appaiono considerevolmente meglio risolti e decisamente più a fuoco. Purtroppo però, a essere del tutto onesti, non si può non notare come all’intero lavoro manchi quel guizzo di originalità che rende il suono di una band immediatamente riconoscibile. Se non fosse per la voce di Morgan Lander, la cantante-chitarrista, che alterna i rauchi rantoli della title track o di “Mouthful of poison” – in cui sembra evocare l’adolescente posseduta dal demonio de “L’esorcista” – ai gorgheggi angelici e cristallini di “In winter”, il rischio di scivolare nel già sentito sarebbe costantemente in agguato. Le canzoni, prese singolarmente, mancano di un’identità precisa e faticano ad emergere dalla massa indistinta di cupa e brutale potenza che il disco sprigiona. Come avrebbero detto i Pantera, citando proprio “L’esorcista”, solo “Vulgar display of power”, un banale sfoggio di potenza. È infatti più che altro la botta sonora a tramortire l’ascoltatore, trascinandolo a fondo lungo la spirale malevola e sinistra di “Oracle”, “Severed” e “Wolves” fin dentro le atmosfere gotiche di “Safe”, senza dubbio uno dei pezzi più efficaci del disco, in cui la Lander rinuncia per qualche istante a martoriare le proprie corde vocali per prodursi in una performance di infantile delicatezza. Come sempre più spesso accade ultimamente, anche le Kittie non rinunciano all’occasione di cimentarsi in una celebre cover: nel caso in questione si tratta di una granitica e marziale versione di “Run like hell” dei Pink Floyd di “The wall”, che pur aggiungendo poco all’originale risulta davvero massiccia e potente.
In fondo anche se “Oracle” non è di sicuro un campione di originalità, ciò non toglie che sia comunque un buon disco, capace di suscitare un leggero moto di invidia per la grinta e la determinazione di queste adolescenti. Se troveranno il coraggio di seguire una via un po’ meno scontata potrebbero, in un futuro non troppo lontano e senza eccessiva fatica, far vacillare dalle fondamenta lo strapotere maschile in ambito metal.

(Stefania V. De Lorenzi)
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