«COVER UP - UB40» la recensione di Rockol

UB40 - COVER UP - la recensione

Recensione del 26 nov 2001

La recensione

Proprio come il sole prima o poi torna a splendere, dopo una o più giornate di pioggia, nebbia o quant’altro, prima o poi torna anche il reggae. Che, per quanto passino periodi in cui non si ascolta tanto per radio, almeno da noi, ogni tanto torna a farsi sentire e a ricordarci che lui, in fondo, non se ne è mai andato. E così capita che questo album degli UB40, oltre a suonare decisamente ispirato nelle composizioni, suoni anche molto moderno, nonostante a lavorarci sia una band ormai composta da simpatici quarantenni (quando va bene). Considerati gli ambasciatori inglesi del reggae nel mondo, gli UB40 godono di un grosso seguito in casa e negli Stati Uniti, dove il loro reggae appena addolcito da istanze wasp incontra il palato di un pubblico raffinato e radiofonico più di quanto non possa succedere con la rude franchezza del reggae giamaicano. Parabola fortunata, non priva di momenti di stanca, quella degli UB40 è tutto sommato una storia felice, dove tutto sommato sta per l’aver venduto 50 milioni di dischi in tutto il mondo, cosa che li rende sufficientemente facoltosi da potersi comprare un pezzo di Giamaica (preferibilmente quello con l’erba), cosa che mi pare di aver letto da qualche parte dovrebbero aver già fatto, anche se la loro biografia li dipinge come ancora orgogliosamente residenti a Birmingham. Vent’anni di carriera, curiosamente proprio come il nostro gruppo reggae di punta, gli Africa Unite, e due storie decisamente diverse, a testimonianza anche della differenza di scena che separa la Gran Bretagna - paese dalla grande componente giamaicana - dall’Italia - paese al massimo dalla grande componente puglio-napoletana - e che ha voluto per due band che in quanto a talento musicale se la giocano, destini diversi. Forse troppo sperimentali in alcune cose i piemontesi Africa, forse sin troppo rassicuranti nel loro reggae bon-ton gli UB40; forse troppo legati ai circuiti alternativi italioti i primi, nei quali, in attesa che si accorgano di te, fai in tempo a nascere, vivere e morire, laddove in UK l’alternativo diventa mainstream nel volgere di una stagione; fatto sta che la coincidente celebrazione del ventennale lascia un po’ di amaro in bocca per gli Africa, in definitiva soltanto meno ‘furbi’ e con meno mezzi a disposizione. Ciò detto, e concentrandosi su “Cover up”, non si può non notare una grande scrittura, ariosa, semplice e capace di fare grande presa sin dal primo ascolto, come testimoniano tutti i brani dell’album, e quando si dice ‘tutti’ si sta già dicendo qualcosa di eccezionale, visti i tempi che corrono. Fiati, ritmiche in levare, chitarre grattugiate e bassi pulsanti sono il trademark della band, che in questo album mette in mostra tutta la sua abilità produttiva, che consiste nel non fare niente di nuovo quanto piuttosto nel far sentire bene tutto quello che c’è. Né mancano, sul versante dei testi, riferimenti all’impegno civile che da sempre caratterizza il lavoro della band: “Cover up”, canzone che dà il titolo all’album, affronta il problema dell’AIDS in Africa, che ormai riguarda un terzo della popolazione. Fa piacere notare che, dopo essere passati alla storia più che altro grazie a cover di grandi hit giamaicani - vedi la saga in tre volumi “Labour of love” - gli UB40 siano adesso in grado di sfornare un album che, in quanto a canzoni e a sobrietà interpretativa, non ha niente da invidiare all’intensità dei grandi maestri. Certo, sono pur sempre inglesi e vengono da Birmingham, ma proprio per questo, fare più di così è difficile. E quello che gli UB40 fanno in “Cover up” va più che bene. Lezioni di reggae.

(Luca Bernini)

TRACKLIST

01. Rudie
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