«KINGSIZE - Five» la recensione di Rockol

Five - KINGSIZE - la recensione

Recensione del 12 ott 2001

La recensione

“Music is my life coz my life is music” cantano i Five in "Let's dance", il primo singolo estratto da "Kingsize", terzo e ultimo album della boy band. Che (contraddicendo l'affermazione sopracitata) si è sciolta: dopo aver calcato le scene per quasi quattro anni, dopo aver commesso atti vandalici negli alberghi di tutto il globo, dopo aver dato vita a festini selvaggi nel backstage di concerti e showcase. Strano atteggiamento, quello dei Five: un gruppo di ragazzi buoni per modo di dire, sempre fuori dai guai grazie al faccino pulito e alle maniere garbate, "randagi" nella vita reale ma professionalmente impegnati a far dischi per educande.
Come "Kingsize": un album a cui - in apparenza - non manca niente, e che è persino piacevole (a patto che riusciate a sopportarne le dolcezze a tratti esagerate). E a cui - in realtà - manca tutto: perché a quanto pare oggi i giovanissimi, un tempo target d'elezione della boy band, ascoltano il nu metal di Limp Bizkit e il rock duro di Staind e Linkin Park, o almeno questa pare sia la tendenza. Così "Kingsize" non va al numero uno nemmeno in patria, in Inghilterra, e in Italia vende pochissimo (né i Five si preoccupano troppo di fare promozione, cancellando all'improvviso la partecipazione al Festivalbar).
Detto ciò, se avete voglia di ascoltare ad alto volume una musica simil-romantica, questo è il disco che fa per voi: il pop sofisticato e rivestito di elettronica di "Kingsize" non ha niente da invidiare a nessuno. I Five cercano di convincere il mondo che sanno cantare, e intrecciano voci e cori con discreta abilità ("Let's get it on"). Giocano a fare i duri in "Hear me now", un po' più aggressiva degli altri brani. Mettono in testa al disco la canzone più riuscita, "Let's dance", e anche questa è saggezza. Si abbandonano alla nostalgia in "Rock the party", dal musical "Grease" (sigh, reinterpretazione non troppo riuscita). E, infine, fanno i ragazzi cresciuti in "We're going all night", storia di un amplesso infinito (beati loro) virata rap-dance. Tirando le somme, qui ci sono sedici brani prodotti con dignità, a testimonianza delle ultime fasi di vita di un gruppo che se n'è andato. Lasciando in bocca, in fondo, un pizzico di malinconia: che sia davvero finito il tempo delle band allo zucchero filato?

(Paola Maraone)
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