«PHANEROTHYME - Motorpsycho» la recensione di Rockol

Motorpsycho - PHANEROTHYME - la recensione

Recensione del 11 ott 2001

La recensione

“Non abbiamo intenzione di fare due volte la stessa cosa. La vita è troppo breve”, commentano i Motorpsycho per giustificare la discontinuità del loro lavoro: “Phanerothyme” non assomiglia un granché ai vecchi dischi del trio norvegese, e allo stesso tempo è un album in cui si respira un’atmosfera famigliare.
Bella forza, direbbe dopo appena un paio di ascolti qualunque ascoltatore minimamente attento: qui ci sono i coretti dei Beach Boys, gli archi di Nick Drake, le tastiere dei Doors, le chitarre dei Pink Floyd, addirittura i flauti dei Jethro Tull, chiaro quindi che questa roba suoni come già sentita. Non che i Motorpsycho se ne vergognino: “Rubiamo agli altri quello che ci piace. Lasciamo che la musica di chi è arrivato prima di noi ci influenzi, e se lo riteniamo necessario la saccheggiamo”. Come in “Go to California”: sembra di sentire suonare Ray Manzarek in “Light my fire”, e invece non è così.
Sciacallaggio? Mancanza di originalità? Tutt’altro. Piuttosto, i Motorpsycho mostrano di aver (molta) voglia di sperimentare, e non si vergognano a farlo. Raccolgono passaggi che, negli anni, sono diventati veri e propri “stilemi sonori”; li trasportano con audacia in una musica che può dirsi a buon diritto parte del nuovo millennio, e che allo stesso tempo suonerà rassicurante a chi non va pazzo per campionamenti ed elettronica. Senza dimenticare il rock piuttosto duro che ha fatto la loro fortuna anni fa, mettono assieme pezzi che non dispiacerebbero ai fan di Belle & Sebastian (“Bedroom eyes”, “The slow phaseout”), infilano qua e là fiati alla Bacharach (“Painting the night unreal”). Giocano con i testi, a tratti surreali (“Everything is great when you’re dead. Your family surrounds you, there are flowers in your bed”, “Tutto è fantastico quando sei morto. La tua famiglia è attorno a te, ci sono fiori nel tuo letto”, da “When you’re dead”); in assoluto, se ne fregano delle regole e costruiscono un album che attraversa i generi al punto di non poter essere racchiuso in una sola categoria.
Il risultato? “Phanerothyme” è un buon disco, ben suonato e ben cantato, adatto – in generale - ad ascoltatori curiosi e non – in particolare – a fan di un’unica scuola: una boccata d’aria fresca in mezzo a tanto pop stantio e ripetitivo.

(Paola Maraone)
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