«EUROPA HOTEL - Gino D'Eliso» la recensione di Rockol

Gino D'Eliso - EUROPA HOTEL - la recensione

Recensione del 22 set 2001

La recensione

Correttezza vuole che subito in apertura dichiari la mia parzialità: con Gino D’Eliso non solo ho lavorato - era subito dopo la seconda guerra punica, temo - ma ho sempre mantenuto contatti anche in seguito, e mi farebbe piacere potermi considerare suo amico oltre che estimatore.
Professionalità vuole, peraltro, che questa recensione non sia (per quanto possibile) influenzata dai rapporti personali. Ma che lo sia dai gusti personali è lecito: e anzi doveroso, visto che la firmo. E allora, precisato che - rispetto a qualsiasi altro disco ascoltato per la prima volta - questo nuovo album del cantautore triestino, che taceva discograficamente da troppi anni, gode del vantaggio di essermi parzialmente familiare (per averne, anni fa, ascoltato alcune canzoni in forma di abbozzo o provino domestico), non c’è ragione per tacere che “Europa Hotel” è almeno pari, se non superiore, alla maggior parte della corrente produzione italiana.
Intanto, la voce di D’Eliso - a dispetto dell’età: del resto Gino è già nonno... - non ha perso nulla della qualità suggestiva ed evocativa che ricordo benissimo dai tempi di un suo album epocale (“Cattivi pensieri”). E i testi di D’Eliso sono, ancora oggi, emozionanti e letterariamente impeccabili, fatti di parole scelte con cura non solo per il significato ma anche per la valenza fonetica (“Bisanzio... l’assenzio”, “Balcani... persiani”, giusto per fare un esempio tratto dal brano forse più “delisiano” dell’album, che è anche quello che lo intitola).
(A proposito di letteratura: un giovane e intelligente scrittore, Matteo B. Bianchi, autore del raccomandabilissimo "Generations of love", ha dedicato a Gino D'Eliso un bel racconto, in forma di diario di una giornata triestina: potete leggerlo qui: (http://www.rockol.it/news//), .
Poi ci sarebbe da parlare della musica, visto che in fondo di canzoni si tratta. Ebbene, in questo periodo di riscoperta mediatica degli anni Ottanta, le musiche di Gino D’Eliso sono onestamente, sinceramente, piacevolmente anni Ottanta: anche quando - “I bambini di Sarajevo” - includono sonorità etniche, anche quando assumono la forma della ballad acustica (“Radio Belgrado”: uno svolgimento da brividi, un finale da lacrime), anche quando scelgono la forma innodica da anthem corale (“Ribelli sempre”).
Scrivendo, tuttavia, mi rendo conto della difficoltà di spiegare una creatività peculiare come quella che dà origine a “Anni pesanti” (un attacco con voce lirica, un’evoluzione quasi glam, intermezzi anni Venti/Trenta). Ecco, verrebbe da tentare un improbabile paragone che accosti D’Eliso a un incrocio fra David Bowie e Franco Battiato, ma non sarebbe onesto né attendibile: anche perché farebbe pensare a un tentativo di imitazione, mentre semmai bisognerebbe riferirsi a una comune ispirazione, più ancora culturale che artistica.
Qualche episodio più manierato (“Roxy Mambo”, che sembra uscire da una raccolta dei Cockney Rebel) non penalizza più di tanto un album che subito dopo colpisce al cuore con “Magari sarà domani”: splendida, classica canzone d’amore forse perduto e forse ritrovato (ed è bellissima la chiusura strumentale), propone un pastiche raffinato come “Le ragazze di Trieste”, e recupera un piccolo gioiello incompreso come “Oktoberfest”, forse il vero manifesto del mitteleurock, in una versione meno grezza e meno gridata di quella originaria di Patrizia ‘Zzani, ma assai più credibile e autentica.
Se poi ascoltaste il brano che chiude il disco, “Cruisin’ my life away”, senza sapere che ne è autore e interprete un cinquantenne triestino, non fareste fatica a crederlo un successo anglosassone; non so se si tratti di uno sberleffo, di un esercizio di stile o di un divertissement, ma so che se arrivasse dall’estero i network non esiterebbero a inserirlo nella loro playlist. Invece arriva da Trieste, ed è pubblicato su un album (non distribuito da una major: lo si puo acquistare on line:(http://www.cd-ebs.it), del quale la cosiddetta “grande stampa” certamente non si accorgerà. Peccato per Gino D’Eliso, e per quanti non avranno la possibilità di conoscerlo. Meglio per noi, che conoscendolo (e apprezzandolo) possiamo continuare, snobisticamente, a considerarci un’élite. Del resto, “Chi nasce in mezzo a un secolo / si sente sempre in bilico” (da “Anni pesanti”).

(Franco Zanetti)
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