«VIAGGIO DI RITORNO - Luca Barbarossa» la recensione di Rockol

Luca Barbarossa - VIAGGIO DI RITORNO - la recensione

Recensione del 13 set 2001

La recensione

Quando Wolfgang Amadeus Mozart componeva brani “in progressione”, suo padre Leopoldo lo apostrofava: “Smettila con questa roba da scemi”. Una delle più belle canzoni di Luca Barbarossa, “Come dentro un film” è scritta allo stesso modo: una musica che cresce, che sale di tonalità, come avvitandosi su se stessa. Se Leopoldo fosse ancora vivo, probabilmente tirerebbe le orecchie al cantautore romano. Eppure il brano in questione illumina - non c’è dubbio - il nuovo album di Barbarossa, “Viaggio di ritorno”. Diciannove canzoni in tutto, che abbracciano (e celebrano) i vent’anni di vita artistica del Nostro; tre gli inediti, e il resto è storia.
Con quell’aria ordinatina e limpida che nel tempo ha fatto la sua fortuna, Barbarossa ha deciso di aprire il suo nuovo/vecchio disco proprio con i tre brani datati 2001: il primo è il pezzo che dà il titolo all’album, un singolo uscito questa primavera che ha ottenuto un discreto successo radiofonico, in cui qua e là (per esempio nella variazione) fa capolino il suono di Max Gazzé; per il resto la musica è senza infamia e senza lode, e il testo le si accompagna bene. “Le macchine scoperte danno un senso di libertà”, canta Barbarossa senza insegnarci nulla di fondamentale. Gli altri due inediti, “Zerosei” e “Nessuno come noi”, non sono probabilmente destinati a lasciare il segno nella storia del pop, ma non sono nemmeno tremendi: perché Barbarossa non è mai tremendo, non fa parte del suo carattere. Lui è sempre positivo e ottimista, cauto e misurato, attento a non eccedere - o almeno, questa è l’immagine che ha dato di sé al mondo.
Per coerenza con la sua aria ordinatina, subito dopo i brani del 2001 Barbarossa inserisce un brano del 1999; è “Musica e parole”, che prelude a “Segnali di fumo” (stesso anno, stesso disco), in duetto con la popstar australiana Tina Arena (chissà perché lei, poi?).
A seguire, e procedendo a ritroso nel tempo, ecco un’infilata di canzoni che affondano le loro radici nel cuore degli anni ’90: da “Ali di cartone” a “Le cose da salvare”, la parte meno fortunata dell’epopea barbarossana occupa, che lo vogliate o no, un quarto dell’album.
Poi, finalmente, arriva il bello. Chi da adolescente aveva i poster del Lucone in cameretta, godrà leggendo la tracklist del disco dalla metà in avanti: tenetevi forte perché qui ci sono “Portami a ballare”, vincitrice del Sanremo ’92; l’aggressiva “Al di là del muro”; “Cuore d’acciaio”, poi la drammatica “L’amore rubato”, storia di uno stupro, concepita per piazzarsi terza al Festival di Sanremo (1988), per far rabbrividire le ragazze e perché i ragazzi, ascoltandola, si stringessero nelle spalle mormorando “E io che c’entro, scusa?”
Alla traccia 15 sbattiamo contro “Yuppies”. Più che una canzone, il contro-manifesto di un’epoca, capace di liquidare in due battute un intero decennio vissuto all’insegna dell’Amaro Ramazzotti e degli orologi portati sopra il polsino. Serviva a consolare i paninari falliti, “Yuppies”: in anni in cui l’immagine era (sul serio, mica come oggi) tutto, noialtri la si cantava pensando che se “quelli lì” li prendeva in giro addirittura Barbarossa, allora tutto sommato non c’era da invidiarli. Loro, e i loro miliardi.
Ancora indietro, indietro nel tempo: per i romantici che si sentono pure un po’ sfigati c’è “Roberto”, un classico per consolarsi dopo un appuntamento andato male; inizia ingenua, anzi angelica, con una tastiera suonata a mo’ di carillon e finisce in dramma, senza preavviso. In mezzo c’è la famosa frase inventata da Barbarossa: “E lei non è neanche venuta/ senza avvertirmelo”, in cui l’italiano inesistente serve a far rima con “Volevo dirtelo”). E poi si arriva a “Come dentro un film”, uno dei momenti più alti del cantautore: la frase d’attacco “Non è vero che non ho rimpianti/ e se potessi tornare indietro/ come su una pellicola/ correggerei il passato/ riguarderei le scene che ho vissuto/ e tutto quello che non ho capito/ ripeterei le parti che non ho mai imparato”, che si snoda quasi monocorde su una linea musicale essenziale, è secca e vera, e lascia il segno.
Si conclude con la storica “Via Margutta” e con una versione live di “Roma spogliata”, canzone dell’81; e dopo tanta abbondanza, due sole riflessioni. La prima: nonostante le critiche sopra esposte, quest’album resta un buon acquisto, specie per chi ha amato Barbarossa ma l’ascoltava (non essendoci i cd) solo su cassetta. La seconda: non senza rammarico segnaliamo l’assenza di uno dei pezzi più belli e più ironici del cantautore, “Non credere alle canzoni”. A cosa è dovuta questa mancanza? Qualcuno ci dica qualcosa.

(Paola Maraone)
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