«BLOWBACK - Tricky» la recensione di Rockol

Tricky - BLOWBACK - la recensione

Recensione del 04 lug 2001

La recensione

Ci si accosta con reverenziale timore a questo ultimo album di Tricky, un po’ perché per pochi artisti (ed il folletto di Bristol è uno di questi) arte e vita coincidono in maniera talmente netta, un po’ per il cast di superstar (Red Hot Chili Peppers, Ambersunshower, Alanis Morissette e Cindy Lauper) che hanno deciso di rendere tributo all’alfiere del trip hop: lo stesso Tricky – appena uscito da un difficile periodo, umanamente ed artisticamente parlando – ha deciso di aprirsi, di esorcizzare i demoni sempre in agguato “nell’inferno dietro l’angolo” per confezionare un album per certi versi più fruibile dei suoi scorsi lavori, dove le influenze che accompagnano il nostro – un misto di rock, hip-hop, funky e soul – si amalgamano in una manciata di canzoni quanto mai diverse tra di loro, sempre comunque recanti l’inconfondibile firma dell’autore di “Maxinquaye”. Certo, perché lo stile di Tricky – davvero inconfondibile – può materializzarsi come uno spettro nel crossover sporcato di metal di “Girls”, che nonostante la presenza dei Red Hot svela, sul finale, un groove decisamente hip-hop, o nel ragamuffin futuribile di “Evolution revolution love”, piuttosto che nella stranita “You don’t want”, sorta di “Sweet dreams” lisergica ed ipnotica che ci riporta, con le sue cadenze stanche e indolenti, al Tricky dei tempi che furono. Che “Blowback” rappresenti, quindi, un ideale ritorno al passato? Non proprio, anzi: mai un album del “Ghetto boy” ha osato tanto, mettendo in discussione persino l’estetica che lo ha reso giustamente famoso. Che tutto ciò sia un merito per l’artista ma non necessariamente un vantaggio per gli ascoltatori difficile dirlo: forse Tricky si è lasciato, di tanto in tanto, sfuggire le redini del padrone di casa lasciando che gli ospiti più vivaci scorrazzino per le sue canzoni (si veda l’esuberante “Wonder woman”, più Red Hot degli stessi Red Hot). E’ anche vero che un percorso artistico talmente evoluto abbiamo potuto osservarlo in pochi altri artisti: ridurre Tricky allo stereotipo downtempo del triphopper tutto “fumo” ed echi dub vorrebbe dire compiere un errore madornale. Non piacerà sicuramente a tutti “Blowback”, album forse troppo speziato per palati non avvezzi ad assaggiare insieme reggae e rock, hip-hop e metal: dobbiamo però riconoscere a Tricky un’integrità artistica ormai rara ai tempi delle band nate e cresciute “in vitro”, ed un piglio sperimentale che mancava dalle scene (più o meno) mainstream da ormai troppo tempo. “Sono riuscito a rientrare in possesso della mia vita: ecco di cosa parla ‘Blowback’”, ha ammesso il bristoliano: ben tornato, Tricky.

(Davide Poliani)
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