«THE INVISIBLE BAND - Travis» la recensione di Rockol

Travis - THE INVISIBLE BAND - la recensione

Recensione del 03 lug 2001

La recensione

Niente paragoni, grazie, siamo scozzesi. Eppure, come ogni gruppo britannico che si possa dire tale, certe influenze si insinuano nel DNA prepotentemente, senza che uno possa aprire becco; così è, punto e basta. Anche i Travis, osannati in Gran Bretagna come coloro che meglio hanno saputo reinterpretare il brit pop portato alla ribalta tempo fa dagli Oasis, non sfuggono alla genetica musicale dei giovani musicisti dell’isola famosa – oltre che per i Beatles – anche per il pessimo cibo. Quello dei Travis è un pop rock acustico dal sapore vagamente retrò, ben suonato e ottimamente prodotto, non fosse altro che da qualche anno a questa parte i quattro di Glasgow sono accompagnati nel loro trip musicale da Nigel Godrich, produttore prima per i Radiohead, poi per Beck e ancora per i Radiohead. Nigel aveva promesso a Francis e compagnia bella la stessa cosa che aveva detto ai Divine Comedy: “Ragazzi, io sono il mago del superfluo, e renderò stringata la vostra musica”. Così è nato “The invisibile band”. Un lavoro assolutamente perfetto, asciutto, senza sbavature; persino le personalità dei singoli componenti dei Travis rientrano nel discorso ragionato di brit band di successo: fortemente riservati, adeguatamente contro gli happening mondani, esageratamente invisibili. “The invisibile band” funziona dall’inizio alla fine, snocciolando ballate acustiche che vengono assimilate al meglio dopo molti ascolti; il risultato è l’impossibilità di ritrovarsi, prima o poi, a canticchiare qualche ritornello delle tracce di questo piacevole disco, magari mentre si è in viaggio insieme agli amici su un vecchio pulmino Wolkswagen.
Perfettamente mimetizzati tra gli intricati rami di un enorme albero, Francis, Andy, Neil e Douglas, dopo essersi chiesti il perché “di tanta pioggia sopra la testa” (“Why does it always rain on me?”), ora affermano di “aver aspettato troppo tempo sotto il sole” (dall’irresistibile singolo “Sing”). E questo senso di insofferenza si respira un po’ in tutti i testi raccolti nel disco, affiancati da melodie aperte e cori patinati, in un crescendo di archi che si espandono come un cielo che si schiarisce dopo un temporale; basta ascoltare brani come l’intensa “Pipe dreams” o la soffocata “Last train” o, ancora, l’irruente emotività della conclusiva “The Humpty Dumpty love song”. Per parafrasare il titolo di un famoso album degli Who, “I ragazzi stanno bene”; e le previsioni dicono che non resteranno invisibili ancora per molto.

(Valeria Rusconi)
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