«NEIL MICHAEL HAGERTY - Neil Michael Hagerty» la recensione di Rockol

Neil Michael Hagerty - NEIL MICHAEL HAGERTY - la recensione

Recensione del 07 apr 2001

La recensione

Con “Neil Micheal Hagerty” ci troviamo di fronte al debutto solista del frontman dei Royal Trux, gruppo di spicco all’interno della scena Rock ‘n’ roll più sporca e viscerale che ebbe nei Pussy Galore (band con la quale il buon Neil collaborò a suo tempo) di John Spencer la sua pietra miliare. Nel nuovo album di Hagerty il rumore e l’irruenza delle chitarre sono frenate da una visione più ampia e organica della canzone: i brani racchiusi in “N.M.H.”, pur continuando a fare dei riff di chitarra crunch una solida base per le composizioni, sfoderano linee vocali di una melodia inaspettata, coniugando al più tipico sound Rock ‘n’ roll a stelle e strisce escursioni elettroniche che rimandano ad un certo pop d’avanguardia di matrice più europea. Anche l’approccio alla canzone si fa più mediato e meno violento rispetto alle passate uscite dell’artista: le parti riservate esclusivamente alle chitarre si riducono in favore di pezzi più brevi e melodicamente compiuti (è il caso di “Repeat the sound of joy” e “The menace”, ballate acustiche molto concise ed efficaci), lasciando alla voce la possibilità di spaziare all’interno del brano. In più di un’occasione, va detto, Hagerty concede un po’ troppo alla sperimentazione fine a se stessa, lanciandosi in divagazioni di tastiera forse troppo ridondanti e di maniera: il meglio di se Neil lo da, invece, quando reinventa il suo stile root lavorando di fino sugli arrangiamenti, come nel caso di “Whiplash in the park”, dove alle chitarre distorte Mr Royal Trux sottopone una base di basso – batteria sicuramente originale e suggestiva. Convincono anche gli accenni di psichedelica (è il caso di “Oh to be wicked once again”), che danno respiro alle composizioni senza però mettere in ombra l’impronta e lo stile tipici di Hagerty: peccato che non tutti i pezzi abbiano lo stesso rigore, lasciando spesso l’ascoltatore nel dubbio che il nostro, arrivato ad un certo punto, non sappia più che pesci prendere. Nel complesso “Neil Micheal Hagerty” è un buon disco, utile per scoprire un lato inedito di un artista che ci aveva abituati da tempo ad un’immagine di se ai limiti dello stereotipo, ma che pare – a tratti – ancora troppo grezzo per dirsi compiuto: non possiamo fare altro se non augurarci che Neil abbia intenzione di proseguire questa sua carriera solista.

(Davide Poliani)
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